Rock, utopia e liberazione all'alba degli anni '70

Sezione: Recensioni

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Giocare col mondo

facendolo a pezzi

bambini che il sole

ha ridotto già vecchi.

Non è colpa mia

se la tua realtà

mi costringe a fare guerra all’omertà.

Forse così sapremo

quello che vuol dire

affogare nel sangue

Tutta l’umanità

Versi di Frankenstein (Gianni Sassi) da «Luglio, agosto, settembre (nero)» degli Area.

Queste parole tratte dal brano di apertura di «Arbeit Macht Frei», il primo album degli Area, al di là della sua straordinaria qualità musicale, ne evidenziano oggi, a 50 anni dalla realizzazione, anche la dimensione profetica con la frase: «Forse così sapremo quello che vuol dire affogare nel sangue tutta l’umanità». Un messaggio che rappresenta in modo drammatico e potente la sensibilità di una generazione di artisti verso una narrativa dai contorni inediti e segnata da una nuova consapevolezza. Basta guardare anche altri titoli presenti nel disco come, appunto, «Consapevolezza» e «Le labbra del tempo» per cogliere come mettessero in campo temi imprevisti molto al di là delle battaglie ideologiche che avevano animato il passaggio fra ‘60 e ‘70 e affermavano come uno strumento, quale stava diventando la musica, si potesse utilizzare anche per raccontare storie e lanciare nuovi sguardi sul futuro. Un passaggio lucidamente raccontato dallo studioso di movimenti politici Diego Giachetti, con riflessioni utili a comprenderne il percorso.

«Per anni, più o meno esplicitamente, le manifestazioni di protesta legate alla moda, ai comportamenti anticonformistici, alle canzonette e ai complessi beat, furono trattate come parentesi felice, ma infantile, dei giovani prima della vera presa di coscienza, quella politica che venne col movimento studentesco, e con la costituzione dei gruppi extraparlamentari. Col prevalere della politica, intesa come impegno e militanza attiva, sembrò legittimo porre l’accento sulla rottura, sulla separazione fra la dimensione politica e quella impolitica, tipica del beat e dei capelloni. Ciò che non era impossibile fare per gli Stati Uniti, dove dividere il movimento hippy dalla rivolta studentesca era impossibile, andava invece fatto per l’Italia».

Questo passo verso possibili orizzonti si sarebbe compiuto nel nuovo decennio accendendo la passione creativa su possibili profili culturali e terreni artistici: musica ma anche arte, filosofia, comunicazione. Se, infatti, il ‘68 era stato l’anno della svolta per una canzone che trovava in Fabrizio De André, Sergio Endrigo, Lucio Battisti i suoi nuovi profeti, è nei primi anni ‘70 che matura nel rock una rivoluzione negli stili e nei profili culturali di riferimento. Non a caso anche la lezione di Beatles e Beach Boys su versanti geografici opposti è ormai rivolta alla costruzione di un messaggio più ambizioso della canzone beat ristretta in pochi minuti e gli obiettivi sembrano molto ampi e innovativi perché la stagione di Woodstock aveva aperto le menti delle nuove generazioni verso una visione del mondo dove si aprivano forme inedite di sogni libertari, lotte ecologiste e diritti delle differenze solo in seguito centrali nella trasformazione dell’esistenza moderna. Un patrimonio di idee e valori che troverà spazio nel 1970 nell’avventura culturale di «Re Nudo», rivista dedicata ai temi della controcultura e alle esperienze libertarie con particolare attenzione alla questione delle droghe, della sessualità, delle pratiche sociali alternative utilizzando forme diverse di comunicazione come la musica, la grafica e i fumetti. Pur con importanti sussulti successivi nel 1996 e nel 2008 la vita della rivista scorrerà per tutto il decennio ‘70 fino al 1980 fra meeting alternativi dedicati alle pratiche dedicate alla liberazione del corpo, alla parità di genere, all’ecologia. Questioni che torneranno anche al centro dei «Festival del Proletariato Giovanile» organizzati da «Re Nudo» nel corso degli anni ‘70 e in iniziative come quella di lanciare nel 1972 il movimento delle «Pantere Bianche» per cercare di unire temi controculturali come l’aborto, il divorzio, le condizioni nelle carceri, il disagio delle periferie urbane all’impegno politico tradizionale.

Questo nuovo universo culturale in forte evoluzione tocca anche la letteratura internazionale che sembra fare un importante passo avanti con l’entrata in scena negli Stati Uniti di autori come Toni Morrison che esordisce nel 1970 con il romanzo «L’occhio più azzurro» descritto dalla critica come il primo tentativo di mettere in scena la sensibilità delle donne afroamericane. Mentre in Italia dopo il furore creativo di Mario Schifano è soprattutto il nuovo teatro a offrire prospettive innovative con il lavoro della postavanguardia che si anima di multimedialità, acrobazie del corpo e performance fuori dagli schemi di compagnie come la «Gaia Scienza» (dal 1975), «Falso Movimento» (dal 1977) e «Magazzini Criminali» (dal 1980) che non a caso cercano legami molto stretti con il mondo della musica più innovativa come mostra il festival «Electra 1 – Festival per i fantasmi del futuro» che si tiene a Bologna nel luglio del 1981 a cui partecipano esponenti di punta dell’elettro-rock e jazz come Bauhaus, DNA, Brian Eno, Chrome, Lounge Lizards, Gaznevada e Rats. E la parola futuro nel titolo del festival rende ancora più evidente la volontà di questi artisti di immaginare un’idea musicale di profilo ben più ampio e ricco di visioni nuove. Sulla scia di queste esperienze prendono il via progetti ancor più utopistici e ambiziosi come la «Socìetas Raffaello Sanzio» attiva dal 1981 e il «Teatro Valdoca» nei primi anni Ottanta per iniziativa della poetessa e drammaturga Mariangela Gualtieri e del regista Cesare Ronconi. Se gli spettacoli della «Socìetas» sono caratterizzati da una rappresentazione svincolata dal testo letterario di riferimento attraverso performance e videoinstallazioni il teatro «Valdoca» si muove con una costruzione della azioni sceniche senza mansioni predeterminate come accade agli esperimenti musicali provati alla fine degli anni ‘70 dal progetto «Carnascialia» con «esplorazioni» di territori africani e brasiliani e collaborazioni con artisti di diversa estrazione come pittori, scultori, compositori e musicisti. Un’eredità che verrà raccolta da un’altra rivista: «Frigidaire», che dal 1980 riunisce intelligenze che esprimono prima di tutto con una nuova grafica e fumetti innovativi una visione della cultura, della creatività, persino della politica, diversa da quella che aveva dominato soprattutto gli anni ‘60. Basta ricordare la celebre performance di Andrea Pazienza e Vincenzo Sparagna con cui venne presentato il primo numero della rivista a «Lucca Comics» nel 1980. Il direttore paragonò il gesto provocatorio di mimare l’uso di una siringa di Pazienza ai colpi «sparati» da Sid Vicious dei Sex Pistols sui fan in ascolto, una scena che anticipava lo sguardo nuovo su comportamenti e pratiche esistenziali che stavano per affermarsi nel nuovo decennio ‘80. Come pure la presenza di Mario Schifano fra i collaboratori e il protagonismo di figure immaginarie come Ranxerox e Zanardi mostravano la capacità di rappresentare un mondo mutato attraverso forme grafiche e narrative totalmente nuove. Un messaggio che si riproporrà all’alba degli anni ‘20 del terzo millennio con le strisce con cui Zerocalcare racconterà la quotidianità del quartiere romano di Rebibbia e la guerra in terra curda.

Tornando alla sperimentazione nei campi dell’arte creativa che esplode nei primi anni ‘70 va sottolineato come si muova con un’attenzione crescente alla sperimentazione proprio mentre incita alla ribellione e alla ricerca di nuove utopie esistenziali e creative. Un’idea che si afferma anche nella scena britannica con il lavoro della cosiddetta scuola di Canterbury che vede fra i suoi protagonisti la psichedelia pastorale di Robert Wyatt, Henry Cow, Gong, Caravan, schieramento importante perché fa convivere, come in Italia nel lavoro di Area, Stormy Six e in parte al Canzoniere del Lazio, impegno politico e innovazione musicale ed esistenziale. Sta di fatto che temi nuovi come le culture alternative e l’internazionalismo inteso come condivisione di valori e strumento per la liberazione dei popoli stanno entrando anche nel flusso emotivo di musicisti che emergono in quegli anni anche in Italia, fra questi Eugenio Finardi («Extraterrestre»), Claudio Rocchi («Volo magico»), Battiato («Fetus»), che accantonano la canzone «politica» in senso stretto per cercare prospettive nella sperimentazione supportata da pensieri e valori morali nuovi. Non a caso la voce recitante che apre l’album «Arbeit Macht frei» nel citato pezzo «Luglio, agosto, settembre (nero)» è una voce araba che evoca territori diversi e ben più ampi delle piazze italiane per indirizzare gli ascoltatori verso nuovi spazi sonori che dilatano la sensibilità della mente e del pensiero e proseguono con l’evoluzione del sound del gruppo in cui si mescolano melodie arabeggianti, veloci cambi di tempo, progressioni armoniche. Un mix che trova il marchio di riferimento già in una copertina «mirabilmente situazionista-dadaista all’esterno, come scrive Roberto Gatti nella presentazione del disco, con quel pupazzo inchiavardato con un grande lucchetto Yale, trova al suo interno una soluzione fotografica profondamente visionaria» e internazionalista che si esplicita nella presentazione della band come «Area International POPular Group» proprio a sottolineare la forte attenzione verso uno spirito comune ad altri popoli accomunati dall’area geografico-culturale mediterranea. Ma anche a evidenziare, scrive ancora Gatti: «come in quegli anni, qualunque empito di carattere nazionalistico, qualsiasi arroccamento di tipo regionalistico sui modi e i ‘mood’ del fare musica sarebbe stato sconfitto senza pietà. Non dalla volontà dei singoli, ma dal giudizio superiore della Storia». Infatti i valori proposti dalla band, sono condivisi non solo da radicali, comunisti, utopisti del nuovo rock ma da altre formazioni musicali che avviano l’attività sempre in quel fatidico 1972. Come il Banco del Mutuo Soccorso che pubblica l’album «Darwin!» seguito da un altro con un titolo che sembra la sua logica evoluzione: «Io sono nato libero» e idealmente affiancare il citato «Fetus» di Franco Battiato. Una serie di messaggi che prendono le distanze dal furore ideologico del passaggio ‘60/‘70 ma non dall’idea che si debba aprire la mente verso un’idea più ampia di quella proposta dai confini culturali tradizionali. I musicisti sembrano porsi il problema di come affrontare un mondo che non si comprende perché anche gli strumenti a disposizione fino a quel momento appaiono limitati o forse semplicemente superati, vedi il caso di «Aspettando Godot» pubblicato dal cantautore bolognese Claudio Lolli nel 1972, o «Preludio, tema, variazioni, canzona» degli Osanna che unisce racconti dei musicisti napoletani ai sinfonismi psichedelici di Luis Enriquez Bacalov. E anche Francesco Guccini, il più sensibile ai temi politici fra i narratori canori degli anni ‘60 con titoli come «Auschwitz» e, soprattutto a proposito di squarci visionari sul futuro, «Noi non ci saremo», lancia sempre nel 1972 «Radici» il suo album più celebre animato da una sfrenata voglia di libertà e da un sentimento di lotta contro le diseguaglianze come mostrano canzoni come «La locomotiva», «Canzone dei dodici mesi», «Il vecchio e il bambino» e «La canzone della bambina portoghese». Così pure Claudio Rocchi è un altro testimone importante di questa stagione come attivista del movimento pacifista e attento osservatore di nuovi valori che condivide con altri musicisti di quel periodo come gli stessi Area. Ne sono prova anche la sua raccolta di poesie «Le sorprese non amano annunciarsi: sono un gruppo rock di fanciulle, suonano nude e sono bellissime» e la partecipazione al film di Franco Battiato «Musikanten». Esperienze che spiegano bene come prospettive culturali e idee stessero cambiando perché venivano costruite su percorsi nuovi in cui gli impegni personali potevano diventare decisivi. Come racconta Demetrio Stratos, memorabile voce degli Area, che ha descritto l’infanzia ad Alessandria d’Egitto simile a quella di «un facchino in un albergo internazionale» capace di vivere l’esperienza dei viaggiatori e di assistere al traffico di culture in quel Mediterraneo ricco di diverse etnie e pratiche musicali.

Questi nuovi protagonisti della musica sembrano consapevoli che la musica, la letteratura e le nuove arti possano offrire un racconto più profondo, come mostra anche la corrente del folk revival rappresentata in modo particolare dall’esperienza ambivalente del Canzoniere del Lazio. Che nel primo album «Quando nascesti tune» del 1973 si muove con obiettivi politici originati dalla ricerca sulla musica popolare mentre nei lavori successivi «Lassa sta’ la me creatura», «Spirito bono», «Miradas» e «Morra» scelgono di privilegiare il linguaggio dell’innovazione e della sperimentazione. Un percorso che, non a caso, si sviluppa parallelamente a quello degli Area, nel corso degli anni ‘70 e si discosta nettamente dal lavoro di un gruppo come gli Stormy Six che invece rimane fedele all’uso politico della musica mentre nel caso di Area, Canzoniere e Rocchi è la musica ad essere politica. L’approdo di questo lungo percorso non potrà che essere un’opera collettiva come la citata «Carnascialia», ambizioso progetto lanciato nel 1978 da Pasquale Minieri e Giorgio Vivaldi del Canzoniere del Lazio con il coinvolgimento della crema dei musicisti più attivi nel rock, jazz e folk più sperimentale di fine anni Settanta, fra cui Demetrio Stratos, Piero Brega, Mauro Pagani, Carlo Siliotto, Maurizio Giammarco, Clara Murtas, Walter Calloni, Danilo Rea. «Carnascialia» apre ancor più ad influenze diversificate costruendo una musica di fusione mediterranea dove trovano spazio sperimentazione e linguaggi della tradizione popolare e una anticipazione della multimedialità che caratterizzerà l’approccio di molta parte della scena musicale del terzo millennio. Prima con le utopie sonore dei CCCP di «Epica Etica Etnica Pathos», poi dei CSI di «Ko de mondo» quindi degli Ustmamò, Disciplinatha e del laboratorio Great Complotto di Pordenone per confluire infine nel lavoro di narratori della scena indipendente 2.0 come Vinicio Capossela, Simone Cristicchi, Vasco Brondi, Colapesce. D’altra parte tornando al 1973 titoli come «Caravanserai» e «L’abbattimento dello Zeppelin», presenti sempre in «Arbeit Macht Frei», profetizzavano attraverso metafora un racconto del tempo che mutava secondo una descrizione vicina al lavoro di un compagno di strada degli Area, anche se non stretto collaboratore, come Franco Battiato. L’artista siciliano non per caso è stato il primo a lavorare con strumenti multimediali: pittura, elettronica, folk per presentare le sue traiettorie utopistiche e libertarie. Dal 1973 con testi ricchi di metafore e simbolismi vicini alle avventure di Area e Rocchi in album come «Sulle corde di Aries», «Clic!», «L’Egitto prima delle sabbie» e poi dagli anni ‘90 con le narrazioni viscerali e teatrali del filosofo Manlio Sgalambro in lavori come «L’ombrello e la macchina da cucire», «Gommalacca», «Ferro battuto» e «Dieci stratagemmi». A dispetto della descrizione di Battiato come grande autore di melodie, cosa che in effetti è sempre stato, va ricordato quanto abbia anticipato il rilancio del testo al servizio di una luce nuova attraverso l’evocazione delle filosofie orientali oppure, all’opposto, la grande musica di Beethoven a cui ha dedicato il film «Musikanten». È interessante vedere come le traiettorie che collegano Demetrio Stratos e gli utopisti libertari degli anni ‘70 ai nuovi semi culturali del tempo presente trovino un riferimento simbolico in Vasco Brondi, già Luci della Centrale Elettrica, che presenta i suoi spettacoli/reading come «Una cosa spirituale. Canzoni, poesie, letture, riflessioni» in questo modo:

«Un cortocircuito tra musiche sacre: candomblé e raga, madrigali e mantra, Bach e canti gregoriani. Attraverso voci e parole di scrittori, poeti e filosofi che hanno sovrapposto la ricerca artistica a quella mistica da Thoureau a Chandra Candiani, da Franco Battiato a Carrére, da Rumi a Santa Teresa, da Mariangela Gualtieri ai CCCP e altri. E in mezzo le mie canzoni con personaggi in ricerca continua che si agitano cercando la pace».

Le parole di Vasco Brondi già così rilevanti sul piano emotivo e ideale in un momento in cui tutti abbiamo una estrema necessità di riflettere sul tema della pace acquistano ancora maggior forza. D’altro canto utilizzare la sua narrazione musicale per questioni che riguardano le relazioni umane e il lancio di nuovi valori è sempre stato l’obiettivo fin dai suoi esordi con il marchio di Luci della Centrale Elettrica perché per comprendere la profondità dei sentimenti che ci circondano spesso non basta ascoltare le melodie. Infatti Brondi è solo uno dei molti artisti che ha utilizzato i mezzi più diversi – scrittura, fumetto, fotografia - per realizzare la sua produzione poetico musicale. Anche quando porta in scena «Una cosa spirituale». «Un’idea che da tempo avevo voglia di sviluppare – ha dichiarato - e che negli ultimi mesi sono riuscito finalmente a mettere a fuoco in uno spettacolo terreno e ultraterreno, un’indagine nel doppio fondo di un mondo materialista». Una traiettoria che Brondi aveva avviato già cinque anni fa con «Dieci anni di musica fra la via Emilia e la via Lattea»: «un libro di avventure. Un monologo di questi anni di musica visti da dentro. Coloratissimo con foto sgranate fatte con i primi cellulari e ad alta definizione. Locandine fotocopiate, copertine e disegni di avvicinamento alla copertina con le liste dei libri che leggevo mentre scrivevo un disco o dei viaggi che facevo». Ma con questo lavoro l’artista non intendeva consacrare la superiorità della parola sulla melodia ma confermare quanto affermava De André quando definiva la musica un tram che portava le parole. Intento mostrato con grande evidenza dai lavori realizzati dal cantautore genovese nei primi anni ‘70 – «La Buona novella» e «Non al denaro non all’amore né al cielo» – in cui si affidava più alle parole e alla poesia per immaginare nuovi possibili percorsi e utopie. Così anche nel terzo millennio, come in quei primi anni ‘70, torna l’urgenza da parte dei nuovi artisti, fra cui sicuramente Vasco Brondi, di rappresentare le proprie visioni ideali con composizioni fortemente metaforiche come «Spiaggia deturpata», «Costellazioni», «Paesaggio dopo la battaglia». Tutti brani che richiamano con potente carica emotiva il messaggio proposto in «L’abbattimento dello Zeppelin» degli Area, «Up patriots to arms» di Battiato, «Spara Jurij» dei CCCP dove venivano lanciati gli stessi inquietanti presagi.