# Populismo e nazionalismo nella retorica patriottica di Vladimir Putin*



La Russia di Vladimir Putin «non è una democrazia, ma un governo in nome del popolo e per il popolo. La base elettorale principale di Putin è il popolo. Tutto il suo potere proviene dall'appoggio del popolo», spiega Migranyan (in Ioffe 2018). La legittimità popolare in Russia non deriva, però, dalle elezioni. Dall'inizio della sua presidenza, Putin ha configurato una politica interna che non solo ha enfatizzato elementi di patriottismo, xenofobia e antioccidentalismo, ma ha anche costantemente spinto a una depoliticizzazione della società, facendo contemporaneamente ricorso a un linguaggio esplicitamente populista (Casula 2013). Poiché il concetto di populismo1 può essere volto in diverse direzioni, occorre chiedersi chi forma, nella pratica, il *popolo* che tanto importa al sistema russo in momenti topici della vita politica del paese.

Nell'era Putin, il discorso ufficiale ha separato rigorosamente l'etnicità dall'identità nazionale e ha introdotto nelle sua definizione di «russo» (*rossijskij*) una combinazione di simboli presovietici e sovietici. Il modo di esercitare la politica di Putin ha portato alcuni accademici a paragonarlo a politici populisti consolidati, come Hugo Chávez o Umberto Bossi e Geert Wilders (Fella e Ruzza 2009, Fish 2017). Putin fu anche accusato dal suo oppositore politico, il defunto Boris Nemtsov, di seguire una politica di populismo belligerante, con l'obiettivo di aumentare i suoi indici di approvazione.

Le situazioni di tipo bellico implicano una dicotomizzazione populista dello spazio politico. Per Putin, è la politica a essere la continuazione della guerra, ricorrendo alla celebre inversione di Foucault (1980) dell'affermazione di Carl von Clausewitz. All'inizio del suo mandato, la chiave per conquistare importanti settori della popolazione russa fu la dichiarazione di guerra contro il crimine, *una dittatura della legge*, che divise lo spazio politico tra ordine e caos. Quindi Putin proseguì, vincolando il suo nome alla guerra in Cecenia, e questa divise lo spazio politico tra terroristi e i suoi avversari, scatenando un sanguinoso conflitto (Hale 2000).

Da quando arrivò al potere nel 2000 nominato da Eltsin, lo sconosciuto Vladimir Putin (all'epoca tuttavia a capo del KGB) sembrava voler identificare la sua immagine di giovane, aitante e macho con quella del Paese, per riscattare la Russia dell'anziano, debole e alcolizzato Eltsin. In quei primi anni, la società russa si poteva definire una democrazia non ancora consolidata, con elezioni, libertà di stampa etc. e l'Occidente si aspettava un'apertura in questo senso. Ma le cose andarono in maniera molto diversa e la guerra in Cecenia fu una dimostrazione di forza per farsi conoscere. D'altra parte, nel 2004 un primo campanello d'allarme arrivò proprio con la *Rivoluzione arancione* in Ucraina, quando gli ucraini per la prima volta scesero in piazza perché non volevano che i russi mettessero loro uomini nei posti chiave. Queste rivendicazioni si inserirono nell'ondata di proteste della *Primavera araba*, e costituirono uno shock per Putin, che cominciò a temere che potesse succedere la stessa cosa anche in Russia. Aumentò quindi la repressione interna e nel 2008, quando in Georgia ebbe luogo la *Rivoluzione delle rose* per allontanare il paese dalla Russia, la risposta fu una guerra lampo di otto giorni, che portò a trasformare due territori contesi in repubbliche indipendenti, che finirono sotto il controllo russo. Fu poi appoggiando la Siria di Assad che l'esercito russo perfezionò la sua tattica di bombardamenti, e cambiò gli equilibri di quel conflitto.

Intorno al 2010 in Russia l'ambiente iniziò ad essere più teso. Furono varate leggi contro organizzazioni internazionali accusate di spionaggio e Putin iniziò a piazzare oligarchi di fiducia in posti chiave. Iniziò un graduale smantellamento dell'opposizione e della dissidenza, con castighi esemplari ai pochi che tentavano di avere iniziativa (come Khodorkovsky, a cui furono inflitti dieci anni di carcere e poi l'esilio), e assorbimento degli altri nel suo circolo. Così fu, per esempio, con i nazionalisti, pubblico al quale era interessato Putin anche per la costruzione del suo discorso.

È del 2013 l'Euromaidan, ovvero un'altra grande ondata di proteste di piazza in Ucraina, quando il presidente filorusso non accettò di firmare trattati economici con la UE, schierandosi apertamente con Putin e venne rimosso. Nel 2014 alle elezioni ucraine vinse un presidente filoccidentale e in breve si scatenò la guerra di Crimea e del Donbass, regioni strategiche per i russi. Ma, a differenza della guerra in Cecenia – nella quale si fece ricorso anche a una narrativa religiosa che creava una divisione tra russi ortodossi e ceceni musulmani –, il *popolo* a cui fece appello lo Stato russo durante la crisi in Crimea e la posteriore guerra nel Donbass, è risultato essere una costruzione molto più instabile, scivolosa e problematica, dato che gli ucraini sono considerati una nazione slava sorella. Questi *fratelli* – che includono anche i musulmani tatari della Crimea – dovevano però ancora essere convinti, cosa che il governo non avrebbe potuto fare, facendo appello alla sola retorica nazionalista russa. Ecco perché il discorso ufficiale ha dovuto attivare gli elementi più populisti e inclusivi, per porli all'interno di una visione nazionalista russa ufficiale addomesticata (Kolstø E Blakkisrud 2018).

Il vincolo speciale tra Ucraina e Russia, coltivato durante secoli – soprattutto dalla Russia – è ciò che conferisce ai conflitti della Crimea e del Donbass un carattere di eccezionalità: come si possono giustificare l'intervento in Crimea e la guerra nel Donbass, se l'immagine dell'*altro antagonista* non è nitida? Quali sono le caratteristiche del popolo al quale si dirige il discorso ufficiale russo?

L'analisi dei discorsi di Putin del 2014 permette di ottenere un'immagine più chiara del popolo al quale si dirige, dei suoi alleati e amici, dei nemici e dei simboli per mantenere questo popolo unito, e ci permette di comprendere il nesso tra populismo e nazionalismo nella Russia attuale.

Nonostante i tre elementi costitutivi del populismo – il popolo, i nemici e i simboli – si definiscano sul piano teorico in maniera distinta rispetto al nazionalismo, per certi aspetti il nazionalismo russo e il populismo si sovrappongono. Nel contesto del conflitto con l'Ucraina, la separazione dicotomica di identità tra "noi" e "loro" non è sufficiente. Esistono elementi di una definizione molto ampia della nazione russa, una nuova divisione dello spazio politico, e anche l'insistere su nuovi e vecchi simboli di unità che concorrono a creare un'identità chiaramente panrussa. Si ricorre al populismo quando il nazionalismo non basta e perché quest'ultimo offre alla Russia un nazionalismo non etnico, che cerca di unificare le nazioni euroasiatiche, ricordando in ciò l'era sovietica.

L'analisi delle strategie discorsive di Putin in relazione con l'Ucraina e il modo in cui ha costruito il concetto di *popolo*, ci aiutano a capire da un lato la relazione tra il nazionalismo e il populismo come strategie per mantenere il potere delle élites politiche, dall'altro il legame della Russia di Putin con i movimenti populisti europei. Taggart (2004) e Weynert (2014) affermano che la flessibilità del populismo lo rende particolarmente adatto a sostenere ogni tipo di politica, dato che può essere sia un movimento di opposizione, democratico e di emancipazione – come afferma Laclau (2005) –, sia uno strumento di tensione con la democrazia. Qui si insiste sulla sua capacità di costruire un concetto di "popolo" (o di "gruppo interno") che si oppone a un nemico esterno (Woods 2014).

Lo studio del populismo in Russia è ancora poco approfondito, dato che finora i paradigmi dominanti attraverso i quali studiare il regime sono stati il nazionalismo o i diversi livelli di autoritarismo, nonostante il ruolo centrale riconosciuto su scala planetaria al populismo nei regimi neo-autoritari (come in Venezuela o in Cina). Inoltre, lo studio della narrativa populista utilizzata dal governo russo per definire il "popolo" può avere ripercussioni in ambito di politica estera (Faizullaev y Cornut 2016), dato che il populismo può essere anche transnazionale, con appelli a destinatari stranieri da parte dei mezzi russi internazionali.

## **Populismo e nazionalismo: considerazioni concettuali**

Il modo in cui i leaders populisti definiscono la politica spesso può portare ad una polarizzazione (Taggart 2017). La guerra e i conflitti armati hanno bisogno di questa polarizzazione del "noi" contro di "loro". Definire il popolo è dunque fondamentale, dato che le narrative si usano a modo di strumenti di argomentazione politica e di persuasione, come hanno mostrato Faizullaev e Cornut (2016). Nel conflitto con l'Ucraina è entrata in gioco la dimensione populista nell'attuale politica russa. Per questo bisogna definire chi rappresenta il "noi" e il "loro", specialmente a causa dei legami storici intricati tra Russia e Ucraina. Il discorso ufficiale russo ha creato un popolo che è diventato politico e, addirittura, il destinatario ad hoc del conflitto con l'Ucraina. Accademici come Teper (2016) hanno mostrato il modo in cui la televisione russa aveva spostato poco a poco il focus del discorso identitario ufficiale dallo Stato alla nazione; altri, come Hutchings e Szostek (2015), hanno presentato le narrative che hanno prevalso nel discorso politico e mediatico russo durante la crisi ucraina, legate alla «missione di costruire la grande nazione» russa, un'idea che si è intensificata sotto il mandato di Putin.

Contrariamente a questa tesi nazionalista, qui si considera il populismo come uno strumento di grande importanza per Putin al fine di perpetuare il suo potere e la gloria nazionale come caratteri distintivi, la cui perdita sarebbe una minaccia… per il suo regime (Aron 2017; Fish 2017).

Consideriamo, quindi, che populismo e nazionalismo non sono la stessa cosa. Secondo Yannis Stavrakakis (2005): «nonostante sia populismo che nazionalismo condividano una logica equivalente, si articolano innanzitutto intorno a *points de capiton* distinti (la nazione e il popolo rispettivamente) e in secondo luogo, costruiscono un nemico molto distinto come altro antagonista: nel caso del nazionalismo di solito il nemico da affrontare è un'altra nazione; mentre nel populismo il nemico è di tipo interno – i poteri forti, i settori "privilegiati", ecc."» .

Nel caso del populismo, è possibile identificare i nemici dentro la propria nazione e gli amici al di fuori. Inoltre, mentre il nazionalismo può contare su un gruppo rappresentato chiaramente delimitato, il populismo no, dato che la sua base è puramente "politica" e ha bisogno di funzionare politicamente per mantenersi unita. Dalla definizione di populismo di Laclau (2005) si possono estrapolare tre concetti fondamentali:
- 1. il non considerare il popolo come un'unità data, preesistente. Su questo punto il populismo si distingue chiaramente dal nazionalismo, il quale assume un'entità preesistente mitica, etnicamente pura, la cui esistenza è anteriore alle lotte politiche e alla modernizzazione dell'economia. La maggior parte dei nazionalisti credono che il loro popolo sia sempre esistito, mentre i populisti no. Per loro e per i teorici del populismo come Laclau, il popolo è una categoria politica, una soggettività politica che deve ancora nascere. Questo aspetto è particolarmente importante nel contesto sovietico e post sovietico, dato che entrambi hanno sempre operato con nozioni di popolo diverse, come *russkij narod, rossiiskij narod*  o *sovietskij narod*, dove le ultime due sono il risultato della fusione di diversi paesi.
- 2. stabilire una frontiera dicotomica che divide lo spazio politico e separa il popolo da un nemico comune. In questo senso, la guerra è la tipica situazione che non lascia spazio a terze opzioni e nella quale lo spazio politico rimane ridotto a un "noi contro di loro". Questo meccanismo sarebbe simile al modo in cui opera il nazionalismo, ma nel populismo la dicotomizzazione non si basa su nazionalità, etnia o razza.
- 3. Elementi che possono unire il popolo e i diversi settori o richieste, come i simboli. Questi sono il collante che unisce diversi interessi ed elementi discorsivi in un unico discorso populista: un collante che risulta necessario, perché il popolo è vario e quindi pieno di diverse richieste che possono essere incoerenti. Ecco perché i simboli agiscono come punti nodali di unione. A differenza del nazionalismo, il populismo non dispone di riferimenti a un mito fondativo o, antenati comuni o legami di sangue. Ha però bisogno di simboli simili, anche se nel populismo questi sono molto più spontanei e circostanziali. Allo stesso tempo, deve comparire un leader populista, che possa ricondurre ad ogni elemento del discorso.

Poniamo ora in relazione le tre componenti concettuali del populismo sovraesposte con tre insiemi di problemi che presenta il discorso ufficiale russo nel contesto della crisi ucraina, per capire in che misura si tratti di una formulazione populista.

a) In primo luogo, si identifica il soggetto politico collettivo che si è creato, ovvero, occorre sapere di che popolo stiamo parlando. Il caso ucraino è interessante, perché in Russia esiste una lunga tradizione che sostiene che l'Ucraina, e in particolare Kiev, sono la culla dello Stato russo. Inoltre, per rendere più legittima l'annessione della Crimea, si presentò una nuova definizione di entità russa che andava oltre la mera dimensione nazionale etnica e che potesse includere la Crimea nello spazio nazionale russo. Si affermò addirittura che la Crimea era la culla della Russia. Nel contesto del successivo referendum si unirono in un unico fronte ogni tipo di pregiudizio, richiesta e lamentela della popolazione della Crimea contro Kiev, per contribuire a conformare un nuovo soggetto politico. Per questo sia il populismo che il nazionalismo furono alternati in base ai destinatari: si utilizzò un discorso populista con gli abitanti della Crimea e uno nazionalista con il pubblico domestico (Teper 2016).

b) Si determinò una situazione binaria in cui fu collocato questo soggetto politico, per il quale i referendum sono risultati particolarmente adatti. La divisione dello spazio politico è stata pensata in varie forme, tra le quali una divisione tra il *popolo* della Crimea e le *élites* di Kiev, presentate come indifferenti alle esigenze della Crimea e più tardi anche del Donbass; divisione che è stata formulata anche in termini nazionali, linguistici e politici. c) Nuovi simboli collettivi, quali slogan, leaders ecc., sono stati usati per creare questo nuovo soggetto politico, come lo slogan Krimnash («La Crimea è nostra»); i nastri di San Giorgio, o *lentohchki*, simbolo della vittoria nel 1945 che attualmente sono un simbolo più ampio di patriottismo russo; e di figure come il Procuratore Generale della Crimea, Natalia Polonskaia-trasformata in una stella di Youtube-, o dello stesso Vladimir Putin. Sono tornati in auge addirittura simboli comunisti come lo stesso nome di «repubbliche popolari» di Donetsk e Luhansk, così come il ritratto di Putin come saggio dirigente nel documentario *Il cammino verso la Crimea* (finanziato dallo Stato russo) che si avvicina al modo in cui si rappresentava Stalin prima della politica di *destalinizzazione* di Jruschov.

## **L'uso del populismo nelle politiche russe nell'est dell'Ucraina: il popolo**

Nel discorso ufficiale russo, costruito attraverso le parole di Vladimir Putin, «il popolo russo» si definisce combinando una visione generica e allo stesso tempo multipla di entità russa. Per Putin, i russi sono un popolo multinazionale, concezione che si basa sia sulla definizione russa presovietica incentrata sulla fusione spirituale dei popoli (*dujovnoe slijanie*), sia sull'apparizione di un popolo sovietico (Tolz 2011). Egli sottolinea il fatto che i distinti gruppo etnici, nazioni e nazionalità che vivono in Russia, sono uniti da un «potente codice genetico» e culturale comune, che raccoglie la totalità del mondo russo (*Russkij mir*). Ad esempio, il popolo che appartiene al mondo russo è caratterizzato da una particolare moralità, grazie alla quale i suoi membri si sentono connessi da una visione collettiva che va oltre l'individualità. Altri valori, come il sacrificarsi per un amico o per la patria, costituirebbero la spina dorsale del patriottismo russo. Con parole dello stesso Putin: «siamo meno pragmatici e meno calcolatori che i rappresentanti di altri popoli, ma abbiamo più cuore. Forse è un riflesso della grandezza del nostro paese e della sua vasta immensità. La nostra gente ha uno spirito particolarmente generoso» (2014c).

Quindi non sono la nazionalità, l'etnia o la lingua a determinare il carattere russo, bensì un insieme di qualità e valori, soprattutto morali. Questa retorica, che sposta l'attenzione dai tratti razziali a quelli civici, è molto estesa nei gruppi nazionalisti in Europa occidentale – per esempio tra britannici e greci – ed evidenzia la possibilità di sovrapporre affermazioni populiste e nazionaliste.

La storia sovietica è stata evocata con il proposito di costruire un'immagine dei russi come popolo vittimizzato, vittima della repressione del regime sovietico, del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale, e anche della dissoluzione dell'URSS. I russi sono stati presentati come un popolo privato dei suoi diritti, svantaggiato e addirittura oppresso – tutti i popoli soffrirono la disintegrazione dell'URSS, afferma Putin, ma soprattutto i russi. Secondo Putin (2014b), «milioni di persone andarono a dormire in un paese e si svegliarono in un paese diverso».

Putin (2014a) si è riferito all'Ucraina in termini cordiali: non solo è una nazione vicina, ma anche «una repubblica sorella», un «paese amico»; gli ucraini sono tutti uguali per noi, sono «nostri fratelli». Egli ha affermato che la Russia non avrebbe lottato contro il popolo ucraino, dato che è il popolo con cui i russi hanno legami storici, culturali ed economici più stretti.

Il discorso di Putin inizialmente era costruito intorno alla speranza che gli ucraini comprendessero che in Crimea la Russia non aveva altre opzioni e che rispettassero la volontà degli abitanti della Crimea. Putin si è presentato addirittura come il paladino dei veri diritti degli ucraini, sottolineando che in Ucraina sono stati i politici corrotti ad aver «spremuto il paese e lottato contro di loro per il potere» (2014b). Contro la corruzione, l'inefficiente gestione pubblica e la povertà, Putin ha tentato di accreditarsi come il leader della lotta di questo popolo contro un élite politica corrotta, come aveva fatto per i crimei. Nel suo discorso, è stato il governo dell'Ucraina ad avere fallito, non il popolo ucraino, e per questo ha affermato di empatizzare con l'Ucraina, una terra che «ha sofferto molto» e che dal 2014, nei suoi territori occidentali, avrebbe vissuto una nuova recrudescenza del nazionalismo e del neonazismo (2014c).

A questo punto, Putin ha iniziato a dividere la popolazione ucraina, affermando che la situazione nel centro, est, e sud-est è una questione distinta rispetto al resto del paese. Questi territori che, secondo lui, cosituiscono Novorossiya o la Nuova Russia, furono ceduti all'Ucraina nella decade del 1920 da parte del governo sovietico, e quindi le sue radici sono strettamente legate alla Russia. Gli abitanti di Novorossiya «hanno una mentalità in certo modo distinta» che rende difficile che possano relazionarsi con l'Occidente; cita anche la composizione etnica della Crimea come elemento di differenza del sud est dell'Ucraina. «La Crimea è stata e continua ad essere terra di russi, ucraini e tatari» che poi riduce a due grandi gruppi linguistici ovvero russofoni e tatari, minimizzando le ingiustizie sofferte dai tatari (2014b).

La separazione della Crimea dalla Russia è stata decretata sotto il mandato di Jrushov. Secondo Putin, essa è stata il risultato di una decisione sbagliata presa da politici sbagliati: egli è solito presentare decisioni del passato ritenute erronee come contrarie al senso comune e alla volontà popolare. Quindi l'annessione della Crimea è stata presentata come l'espressione di una volontà popolare, una ribellione contro le decisioni sbagliate prese in passato. Il popolo si sarebbe aspettato una nuova entità politica capace di sostituire l'URSS e avrebbe sperato che la Comunità di Stati Indipendenti svolgesse questa funzione.

Inoltre i russi «sono persone native in Ucraina», espressione con la quale viene aggiunto un altro intreccio tra russi e ucraini nello spazio post sovietico. Putin si sente responsabile di «tutti i russi in qualunque luogo», inclusi quello che stanno in Ucraina, in particolare in Crimea, dove effettivamente una gran parte della popolazione è russofona.

## **I nemici**

«I paesi occidentali ci hanno mentito molte volte e prendono decisioni alle nostre spalle interpretando le leggi internazionali a loro piacere». Secondo Putin non è stata la Russia a cominciare le ostilità. La Russia avrebbe anzi avvisato per tempo gli statunitensi e gli europei di non continuare a prendere decisioni affrettate e di nascosto per annettere l'Ucraina all'UE, cosa che costituirebbe una grave minaccia per l'economia dell'Ucraina e per gli interessi della Russia quale suo principale socio commerciale. Oltre all'Occidente in generale, Putin ha individuato come maggior nemico gli Stati Uniti, accusati di autoproclamarsi vincitori della Guerra Fredda e di proporsi come unico centro di potere mondiale, portando alla costruzione di un mondo unipolare incapace di rispondere alle "vere minacce", come i conflitti regionali, il terrorismo, il traffico di droga, il fanatismo religioso e il neonazismo (2014d).

L'ultimo nemico ad essere identificato da Putin è stato la NATO, che non avrebbe mantenuto la sua promessa di non estendersi più a est. Per tale ragione, la Russia si troverebbe di fronte alla minaccia di essere «realmente espulsa da questa regione, che è estremamente importante per noi». Putin inoltre ha insistito sul fatto che in Occidente si usano due pesi e due misure: gli Stati Uniti possono intervenire in paesi come Yugoslavia, Iraq, Afganistan e Libia, e invece non si considera appropriato che la Russia «difenda i suoi interessi», tra i quali il Kosovo sarebbe l'esempio più lampante (2014c).

## **I simboli**

Diamo ora brevemente conto di alcuni simboli individuati dalla retorica populista e nazionalista utilizzata da Putin e dal regime russo.

Nel contesto della crisi della Crimea e la guerra del Donbass un primo simbolo può essere costituto dalla comparsa di militari in vari punti della Crimea attrezzati come truppe d'assalto, ma senza emblemi nazionali. Ciò ha fatto pensare a una forza militare pura, senza Stato, nella quale tutti potevano identificarsi. Quando si venne a sapere che quei soldati erano forze speciali russe, contribuirono a offrire l'immagine di una forza militare moderna, che aveva superato le sconfitte del passato, e si proponeva come simbolo di un uomo nuovo, un nuovo potere russo in cui identificarsi e di cui essere orgogliosi. Quest'immagine della Russia forte e mascolina si contrappone in particolare a un altro simbolo apparso nella prima fase della crisi ucraina: l'immagine di Natalia Poklonskaija, Procuratore generale della Crimea, che rappresentava lo stereotipo femminile debole e vittimizzato, di una Russia in pericolo.

Un altro simbolo chiave è stato il ponte costruito per unire la Federazione Russa con la Crimea, che Putin inaugurò nel maggio 2018, prima del previsto e con una gran trovata pubblicitaria: guidando un tipico camion russo *Kamaz* dal continente fino alla penisola. Un progetto costosissimo e simbolico, per mostrare l'unione dei due territori.

Infine, la Crimea stessa è diventata un simbolo nel discorso populista: «La Crimea è la nostra eredità storica comune e un fattore di enorme importanza per la stabilità regionale; questo territorio strategico deve formar parte di una sovranità solida e stabile, che al giorno d'oggi solo può essere russa» (Putin 2014b).

## **Conclusioni**

Quest'analisi ha inteso mostrare gli sforzi di Putin volti a tracciare una visione degli ucraini e dei russi come *un unico* popolo con un passato comune, con simboli condivisi e nemici comuni e a sottolineare la necessità di creare un *popolo* che vada oltre la dimensione meramente etnica e nazionale. Questo *popolo* si identifica con l'opposizione a determinate élites e a determinati nemici del passato e del presente. Questa prospettiva populista è il punto forte di Putin, ma è anche la sua debolezza: i suoi discorsi attivano narrative storiche non per rappresentare una *nazione*, bensì, come esige la retorica populista, per creare un *popolo*.

Identificare dei chiari nemici aiuta in questo compito. Quindi, oltre a proporsi come un paladino della giustizia che si prefigge di riparare gli errori del passato Putin, si presenta come colui che, invocando l'Occidente come nemico, intende ricreare un *sovietskij narod* (popolo sovietico), anche se questo popolo non esiste più.

Il nazionalismo tuttavia non scompare nella comunicazione propagandistica del regime. Esso svolge anzi un ruolo importante nel discorso ufficiale russo, in cui si intrecciano, come abbiamo visto, elementi populisti, imperialisti e nazionalisti. Ma l'appello al populismo comporta che il nazionalismo russo di stampo etnico venga trasceso e che il discorso nazionalista sia utilizzato per creare l'immagine di un popolo multinazionale cosciente di essere oppresso e vittimizzato, capace così di compattarsi contro le supposte élites corrotte (in particolare in Ucraina), il *fascismo* e l'Occidente.

## **Bibliografia**

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> *Traduzione di Valeria Giacomoni*

