La «Pinya», collettivo di autogestione educativa
È possibile un progetto di scuola che non coinvolga solo i bambini ma anche gli adulti nel processo educativo? In cui anche i genitori possano sostituire gli insegnanti perché hanno costruito insieme le dinamiche educative?
A Barcellona funziona da quasi vent’anni un progetto con queste caratteristiche, che si definisce «collettivo di autogestione educativa» e parte proprio dall’idea di prendere decisioni collettive: condividere la responsabilità pedagogica per non delegare la questione educativa a degli specialisti. Si parte dal concetto che educare implica anche educarsi: non si tratta quindi di una semplice escuelita che si prende cura dei bambini, ma alla «Pinya» (questo il nome del progetto) ci si prende cura di tutto il gruppo, adulti e bambini. La creazione di uno spazio educativo orizzontale, in cui si rispetta il processo di crescita di ognuno, è una scelta che punta alla trasformazione sociale. Il progetto ha sede in uno spazio occupato, mantiene relazioni con i maggiori centri sociali a Barcellona, e partecipa a mobilitazioni e scioperi riconoscendo la trasversalità della lotta per l’emancipazione sociale. Si inserisce in un quadro di lotta attiva contro le istituzioni statali, e contesta l’educazione ufficiale che aspira a perpetuare gli equilibri di una società neoliberale.
Uno dei punti su cui lavora di più il collettivo è proprio il disfarsi dei condizionamenti della società nella quale siamo immersi, sia nell’educazione dei più piccoli sia nelle relazioni interpersonali. Non riprodurre gli schemi di una società capitalista e patriarcale è uno degli obiettivi più chiari del progetto e anche dei più impegnativi, tenendo in conto quanto tutti li abbiano assimilati.
Decostruzione e costruzione
Il lavoro di decostruzione di abitudini, comportamenti e mentalità è un processo continuo sia a livello di gruppo sia a livello personale, che interroga perennemente la quotidianità e le dinamiche relazionali. Questo è l’impegno che viene richiesto ad ogni persona che fa parte del collettivo: la disponibilità a mettersi in discussione e ad approfondire temi considerati fondamentali (come per esempio le questioni di genere) attraverso il dibattito in assemblea; ma anche attraverso corsi di formazione con persone esterne al gruppo, giornate di riflessione sul tema con altri collettivi, invito di osservatori alla «Pinya» per ricevere un feedback sulle dinamiche interne. Questo è l’approccio che caratterizza il progetto: non c’è una linea da seguire a priori e si vuole evitare che venga accettata acriticamente l’opinione di

chi magari si intende di più di un determinato tema. Per questo motivo si spinge ognuno a esprimere il proprio parere sull’argomento per poi confrontarsi e costruire insieme un pensiero condiviso. Spesso chi non ha grande conoscenza di un tema evita di entrare nella discussione e lascia prendere le decisioni agli altri; qui si cerca di ovviare a questo meccanismo, caratteristico di una società in cui la delega agli specialisti è la normalità, coinvolgendo l’intero gruppo in un processo che porta a una coscienza collettiva. Alla «Pinya» l’apprendimento è un’attitudine collettiva, multidirezionale e reciproca: i bambini imparano dagli adulti, gli adulti dai bambini, ma soprattutto i bambini imparano tra di loro.
Con questo metodo tutti gli adulti contribuiscono a costruire l’approccio educativo e non ci si affida semplicemente alla sensibilità o alle competenze degli «insegnanti»: sviscerando temi e proposte insieme, tutti gli adulti sono considerati alla pari degli educatori e a essi possono sostituirsi, come effettivamente fanno in molte occasioni, sia in situazioni di emergenza (coprire assenze, malattie) sia per l’organizzazione di gite, colonie estive, campeggi.
La costruzione del progetto è avvenuta a partire dalle conoscenze ed esperienze delle persone coinvolte, aggiungendo elementi di altre iniziative pedagogiche ritenuti convincenti. Questa base, sommata alla costante attenzione ai processi che vivono i bimbi, costituiscono gli strumenti con cui far fronte alle situazioni e alle necessità che sorgono nella quotidianità. Per questo l’assemblea è fondamentale in quanto luogo e momento in cui si definiscono le pratiche che formano la «Pinya». L’importanza ed il rispetto dell’assemblea, spazio di riflessione, dibattito e impegno collettivo è ciò che ha permesso al progetto di plasmarsi in quanto tale e di progredire.
Sviluppo del progetto
Il progetto è nato nel 2003 in un centro sociale emblematico in città a Barcellona, ma con lo sgombero del locale ha cambiato varie sedi cercando un luogo adatto con uno spazio esterno. Nel 2007 approdano a «Can Garrofa», masseria occupata dopo anni di abbandono e utilizzata dalle persone del quartiere come sede di diverse associazioni. «Can Garrofa» si trova a Esplugues, nella cintura periferica metropolitana: non è strano nell’immensa periferia urbana di Barcellona trovare ancora questi vecchi edifici, testimoni di un passato agricolo non troppo lontano, spesso soffocati dalla costruzione di strade o moderni palazzi. Se ne possono vedere vari esempi anche arrivando dall’aeroporto del Prat, a mezz’ora dal centro della città. Il contatto con la natura è quindi assicurato da questo ambiente privilegiato in cui la comunità educativa dispone di un giardino dove correre, osservare, costruire, dove ci sono alberi da scalare e un orto in cui sperimentare.
L’approccio educativo, come accennato, si nutre di diverse provenienze e soprattutto si costruisce nel lavoro quotidiano, pronti a mettere tutto in discussione. Il rispetto per il lavoro di anni di dibattiti, riflessioni e decisioni non dimentica che la vitalità è fondamentale per l’esistenza del progetto, che appunto è un collettivo vivo, in cui entrano ed escono persone continuamente. Questa flessibilità inizialmente non prevedeva una presentazione scritta del progetto per le nuove incorporazioni, perché aperti a un processo di costruzione permanente. Gradualmente però si è sentita la necessità di mettere nero su bianco il lavoro svolto fino al momento. Non perché ci siano aspetti che non si possono discutere, ma per capire come si è arrivati a ogni decisione e il lavoro che c’è dietro. Alcune metafore molto riuscite per trasmettere l’essenza del progetto parlano di passarsi la «fiamma pinyera» oppure di fare un delicato lavoro di «idraulica politica e pedagogica» in cui la «Pinya» è l’acqua e i tubi sono la capacità di trasmettere contenuti degli adulti. È importante «saper riconoscere le proprie radici per poter continuare a crescere, adattandosi alle necessità del momento».
Ed è proprio questo passaggio, di mettere nero su bianco, che permette al progetto di progredire, di non tornare sempre sugli stessi temi, di affrontare la sfida di pensare anche una scuola primaria vista l’età dei bimbi in crescita. Alle persone che si avvicinano per la prima volta alla «Pinya» si consegna un report della sua traiettoria fino al momento e si chiede un periodo iniziale di osservazione anche nelle assemblee, con l’appoggio di una famiglia di riferimento per capire meglio le dinamiche. Ad esempio anche solo il linguaggio utilizzato nella quotidianità può avere bisogno di un’introduzione.
Un lessico per l’emancipazione
L’obiettivo di smantellare i condizionamenti della società in cui siamo cresciuti passa anche attraverso il lessico che utilizziamo e alla «Pinya» si è riflettuto sull’utilizzo di parole che aiutino a uscire da dinamiche patriarcali. Ad esempio si è scelto di utilizzare tutti i plurali al femminile generico invece che al maschile (come nella maggioranza delle iniziative libertarie) e i genitori (in catalano pares, letteralmente «padri») vengono chiamati pamares (letteralmente «pamadri») per coinvolgere entrambe le figure in un termine inclusivo. L’attenzione alle questione di genere nello sviluppo di ogni bambina/o e le sue relazioni all’interno del gruppo offre l’occasione di prendere una chiara posizione sul tema dell’approccio più o meno «interventista» degli adulti. In una società in cui le disuguaglianze di genere influiscono sui giochi, sui comportamenti e sugli atteggiamenti dei bambini, alla «Pinya» si considera necessario intervenire per sviluppare attitudini altrimenti represse dal patriarcato. Per «interventi» non si considera la lezione frontale o un’azione guidata dagli adulti, ma semplicemente provocazioni con materiali nelle sale, cambiamenti nella distribuzione degli spazi, proposte di attività o di un argomento all’assemblea, ecc. Un altro strumento utilizzato è il problematizzare gli stereotipi che si presentano, ad esempio se si sente dire che «questo è un gioco da femmine», chiedere cosa vuol dire che «è un gioco da femmine» o chiedere a diverse bambine e bambini: «ma a te piace giocare a questo gioco?». Si valorizza e sottolinea che ci sono molti modi di essere uomo e molti di essere donna, cercando di svincolare delle attività precise dal sesso di ognuno. Si definiscono le bambine e i bambini «socializzati come maschio o come femmina», coscienti del fatto che molti interessi nascono non tanto dalle attitudini personali ma dal percorso, dai giochi e dagli stereotipi che la nostra società impone ai maschi o alle femmine.

Un esempio è l’occupazione dello spazio esterno che spesso le bambine devono lasciare libero perché i maschi giocano a calcio. Il lavoro e le riflessioni portate avanti sul gioco del calcio sono state veramente tante finché si è cercato di cambiare dinamiche con degli interventi «provocatori»: un giorno ad esempio si è chiesto che per mezz’ora la palla la tenessero le bambine con grande delusione dei maschi ma con il risultato che qualche bimba ha poi affermato di aver imparato a giocare a calcio in quell’occasione. Inoltre dopo ogni partita si cerca di fare un momento di condivisione e, quando possibile, che un adulto/a faccia da arbitro.
Riferimenti storici
Non è associata alle questioni di genere invece la scelta della definizione di acompanyantes («accompagnatori») per gli educatori o insegnanti, ma a un cambiamento di prospettiva, di un passo indietro dell’adulto di fronte al rispetto delle tappe evolutive delle bambine/i che si rifà alle teorie di Montessori, Freinet, Piaget e alla «Nuova Educazione» in generale mettendo la bimba/o al centro del processo educativo. Nella pratica la «Pinya» non adotta un’unica linea pedagogica e utilizza strumenti e metodi di diverse teorie educative, costruendo la sua peculiare visione, tanto che una bella definizione colloquiale del suo metodo è Pinyassori.
Possiamo quindi considerare queste teorie tra i riferimenti storici della «Pinya», che però rivendica anche la sua base politica nell’esperienza catalana della Scuola Moderna di Ferrer (1901-1906) e nelle scuole razionaliste sostenute dagli anarchici della CNT fino alla rivoluzione del 1936. Il processo storico che ha vissuto la Spagna nell’ultimo secolo è molto diverso da quello della maggior parte di Stati europei: la guerra civile spagnola (1936-39), prologo della Seconda Guerra Mondiale, ha portato a quarant’anni di dittatura di Franco e la transizione alla democrazia nel 1975 è avvenuta senza una condanna del regime nazional-cattolico e senza un riconoscimento dell’interessantissimo tessuto sociale e culturale creato dagli anarcosindacalisti a inizio secolo. Rimangono molte questioni mai affrontate, e queste esperienze educative pioneristiche restano etichettate come politiche e non valorizzate, anche se sono state molto avanzate per l’epoca e fortemente legate al territorio.
La spinta all’orizzontalità e al rifiuto della delega della popolazione catalana è ancora presente nell’organizzazione delle feste di quartiere e nelle numerosissime associazioni presenti sul territorio. Dopo la transizione la creazione di centri civici con proposte calate dall’alto ha ostacolato la ricostruzione di un tessuto sociale di attivismo, ma negli anni ‘90 la capacità di reinventarsi del movimento libertario spagnolo, soprattutto a Barcellona, ha trovato nell’occupazione di case abbandonate una strategia per recuperare spazi comuni e abitativi. I metodi assembleari e l’apertura degli spazi al quartiere hanno permesso una sinergia tra diverse generazioni.
È proprio dal «movimento okupa» nei primi anni 2000 che nasce la necessità di creare uno spazio di socialità per i più piccoli che fosse coerente con il modo di vivere orizzontale e assembleare dei genitori. La «Pinya» infatti nasce come uno spazio di militanza e non solo come una critica ai metodi della scuola statale, ma come attività correlata alla vita che questi genitori stavano già mettendo in pratica. La dimensione politica dell’educazione è un concetto chiave del progetto della «Pinya» che rifiuta l’idea di una neutralità pedagogica. Questa convinzione porterà presto il progetto ad allontanarsi da altre sperimentazioni pedagogiche nate in quegli anni.
Definirsi anche attraverso le differenze
Infatti a Barcellona negli anni Duemila sono nati vari progetti che puntavano a un’educazione alternativa, sia per offrire un tipo di accompagnamento diverso, sia per mancanza di posti nella scuola statale (per bimbi dai 2 ai 6 anni inizialmente). È del 2007 la creazione della «Rete di Educazione Libera» (XELL, Xarxa d’educaciò lliure in catalano), di cui in partenza fa parte anche «La Pinya»; ma le differenze con le altre escuelitas non tarderanno a manifestarsi. La XELL gradualmente amplierà la sua rete di scuole fino ad arrivare a influenzare con i suoi metodi le scuole statali negli ultimi anni, ma non considera la scelta di aprire delle scuole alternative come scelta politica, tende piuttosto a parlare di un cambiamento basato sul benessere dell’individuo, di cura dell’anima (cuidado del alma), di filosofie orientali vicine allo yoga. È un po’ il discorso di curare sé stessi per stare bene al mondo, ma senza entrare nel merito di come questo mondo sia organizzato.
La «Pinya» gradualmente prenderà le distanze da questa «Rete di educazione libera» ponendo in discussione proprio questa definizione di educazione «libera». Sull’ambiguità del termine «libero» troviamo un bell’aneddoto nella scelta del nome del progetto. Quale occasione migliore per mettere in pratica questa libertà e fare in modo che fossero le stesse bambine/i a scegliere il nome della scuola? All’inizio si parla di bimbe/i di 3-4 anni, in maggioranza femmine, alle quali viene chiesto di decidere sul nome da darsi. Quindi si riuniscono, come avevano imparato a fare in un progetto orizzontale. Essendo indecise tra due parole, alla fine arrivano all’accordo di usarle entrambe: «Collana Principessa» sarebbe stato il nome della loro scuola. Si può immaginare la reazione degli adulti! «Abbiamo capito che più che la libertà che offre la società capitalista, dovevamo offrire loro strumenti per remare controcorrente».
Per quanto riguarda il nome della scuola, alla fine gli adulti hanno insistito per un nome che rappresentasse il progetto e la «Pinya» (pigna in italiano) non rimanda solo all’ambiente privilegiato della masseria di «Can Garrofa» dove ha sede la scuola, circondata da giardino e boschi, ma anche a un’espressione idiomatica catalana e spagnola dove con fer pinya/hacer piña si intende fare squadra, supportarsi l’uno con l’altro.
Impegno dei genitori
E questa squadra inizia con l’organizzarsi collettivamente per il trasporto delle bambine/i dai diversi quartieri della città o dai paesi vicini a Can Garrofa a Esplugues (30-40 minuti dal centro città col trasporto pubblico). I genitori si occupano a turno anche della preparazione del pranzo e delle pulizie, oltre che dell’adeguamento dello spazio alle necessità dei bimbi. L’impegno per un genitore che sceglie di mandare sua/o figlia/o alla «Pinya» è quindi su diversi fronti: da una parte l’apporto economico, dall’altra una necessaria disponibilità di tempo da investire nel progetto. Le due questioni sono in qualche modo legate visto che

fanno entrambe riferimento al modo di sussistenza che scelgono i genitori o il genitore (si parla anche di famiglie monoparentali), tenendo conto che di solito chi ha più disponibilità economica ha meno tempo a disposizione durante la giornata o meno flessibilità.
L’assemblea ha decretato che il tempo e le energie spese insieme per costruire qualcosa sono il collante per questo tipo di progetto
Per quanto riguarda la quota da versare per la sostenibilità del progetto all’inizio ci si affida al principio «ognuno secondo le sue possibilità», senza grandi specificazioni né vincoli, ma dopo un breve periodo ci si rende conto che il consolidarsi dell’attività passa anche dalla stabilità economica. Inoltre il buon funzionamento della quotidianità con i bambini permette ben presto l’allargamento del nucleo di famiglie iniziale, legato da un solido rapporto di fiducia/ amicizia/ affinità e da qui anche il bisogno di proporre una regolamentazione più chiara.
Si insiste quindi sulla necessità di prendersi l’impegno di pagare tutto l’anno scolastico (anche in caso di viaggi o assenza della bambina/o), di venire incontro alle esigenze di tutte/i ma di stabilire una quota fissa per ogni nucleo familiare da pagare ogni mese. Inoltre per abbassare la spesa di ogni famiglia si richiede la collaborazione per organizzare attività di autofinanziamento come cene, concerti, incontri di presentazione del progetto. Questa attività viene considerata fondamentale e come parte integrante del collettivo: nel corso degli anni è capitato che qualche famiglia chiedesse di pagare una quota più alta perché non aveva tempo/voglia di partecipare alle attività di autofinanziamento, ma l’assemblea ha decretato che il tempo e le energie spese insieme per costruire qualcosa sono il collante per questo tipo di progetto e valgono di più dei soldi guadagnati individualmente. Sia il nucleo di famiglie iniziale che le persone che poco a poco si sono avvicinate al progetto, possiamo dire (generalizzando) che scelgono di avere un lavoro flessibile, part-time o stagionale, per avere tempo ed energie da dedicare al processo di educazione dei loro figli, non solo individualmente ma appunto collettivamente, un processo che inevitabilmente porterà a crescere anche loro. Si arriva a dire che «La Pinya esiste anche fuori dalla Pinya» nei rapporti che si creano condividendo feste di compleanno dei bimbi, balli, fatiche, risate e tristezze, e inevitabilmente «La Pinya te la porti anche a casa, nelle tue relazioni personali» per sottolineare come si associ una visione della vita al progetto e non semplicemente una escuelita.
Modalità libertarie
Il collettivo de «La Pinya» si è anche interrogato in varie occasioni se diventare una «comune» e allargare il focus dall’educazione a una convivenza di gruppo, ma la flessibilità, i cambiamenti e le nuove sfide che si presentano ogni anno hanno portato in altre direzioni. È vero che il progetto permea la vita di chi vi partecipa, ma uno delle sue peculiarità è proprio la non staticità, l’essere sempre work in progress, costituire un momento intenso e cruciale del percorso di ognuno. Ed è difficile coniugare queste caratteristiche con un progetto sedentario e a lungo termine di convivenza. La «Pinya» beve invece da questi flussi di energie in movimento, viaggi, amicizie, amori che vanno e vengono. Il progetto è aperto alle contaminazioni ed è pronto a mettersi continuamente in discussione per raggiungere gli obiettivi comuni. Infatti, per quanto riguarda gli acompanyantes è chiaro che non si offre loro semplicemente un lavoro, ma si propone di entrare in un nuovo modo di vivere e condividere. Il ruolo di acompanyante è così cruciale e intenso che spesso queste figure vengono assorbite completamente dal progetto, senza poter però ricevere un adeguato compenso economico per tutta la quantità di tempo ed energia investita. Succede quindi che ciclicamente abbandonino il progetto, entusiasti del percorso costruito insieme, ma sfiniti e con la necessità di prendere aria. Questo da una parte arricchisce, perché al progetto si sommano tante visioni diverse, dall’altra crea lo stress di cambiare o aggiornare spesso l’equipe.
Questa scelta di fare un passo indietro quando non si hanno più le energie significa saper riconoscere i propri limiti e non aver paura del cambiamento. Questa flessibilità, insieme all’importanza attribuita a una coscienza collettiva è la grande peculiarità della «Pinya»: crescere costruendo la propria libertà, coscienti di formare parte attiva di un gruppo, di una società, implica una chiara responsabilità politica.
Per raccontare la loro esperienza l’anno scorso la «Pinya» ha pubblicato un libro, che rappresenta perfettamente la struttura, l’idea e la pratica del progetto: un lavoro collettivo, in cui la scrittura non è delegata a qualcuno di specializzato, bensì un coro di voci, di adulti e bambini che raccontano la loro esperienza e aiutano a comprendere le diverse fasi del progetto. Il testo è inoltre arricchito da un’analisi del contesto storico-sociale in cui si è sviluppata «La Pinya» e da approfondimenti pratici che raccontano situazioni vissute e come sono state risolte, o quali obiettivi si propongono e come si mettono in pratica. Questo mettere nero su bianco e condividere metodi ed esperienze, difficoltà e soluzioni adottate è il modo migliore per far germogliare altri progetti e per permettere che tutto questo lavoro arrivi più lontano possibile.


