{"title":"I beni comuni nel pensiero libertario","date":"2022-06-01","autori":["Èdouard Jourdan"],"numero":"2","sezione":"Internazionale","pagina":87,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/02-i-beni-comuni/","content":"\n![](/numeri/immagini/02/_page_87_Picture_0.jpeg)\n\nÈ in reazione al neoliberismo che all'inizio degli anni Ottanta prende piede il movimento dei beni comuni. Il suo principio? L'autorganizzazione decentralizzata delle comunità di vita e di lavoro. I suoi obiettivi? Da un lato riappropriarsi e preservare le risorse di fronte alle molteplici forme di privatizzazione e di rapina, dall'altro esercitare l'autogoverno attraverso l'elaborazione di regole comuni. Se è vero che quello dei beni comuni è un movimento eterogeneo, è altrettanto vero che i suoi princìpi ispiratori richiamano quelli che costituiscono l'ossatura principale dell'anarchismo. Malgrado le numerose teorie che a esso si richiamano, l'anarchismo poggia su alcuni princìpi che possono costituire un denominatore comune. Possiamo concepirli ogni volta in una duplice accezione: negativa e positiva. Il rifiuto dell'autorità coercitiva, incarnata dallo Stato o dal governo, rimanda alla libera associazione o alla federazione di individui e gruppi; il rifiuto del capitalismo e dello sfruttamento rimanda all'abolizione delle classi sociali attraverso la riorganizzazione della produzione; il rifiuto dell'alienazione conduce allo sviluppo dello spirito critico e antidogmatico, primo passo per spezzare la servitù volontaria.\n\nInoltre, nell'anarchismo la libertà non può essere separata dall'uguaglianza: esse si sostengono a vicenda. La libertà senza uguaglianza, nell'accezione liberale, giustifica lo sfruttamento di un individuo da parte di un altro; l'uguaglianza senza libertà è autoritaria e giustifica il dominio di un gruppo su un altro. In virtù di questa conformazione, l'anarchismo si propone come superamento tanto del liberalismo, quanto del marxismo. Il movimento dei beni comuni si inscrive potenzialmente in un'analoga prospettiva, dal momento che non è riducibile a priori né a determinati beni (come ad esempio i beni naturali), né a un certo economicismo che vuole farsi passare per apolitico.\n\n## **Che cosa sono i beni comuni?**\n\nLa storia dei beni comuni risale alle origini dell'umanità e identifica una gestione collettiva delle risorse comuni. Un punto di svolta importante si ha nell'Inghilterra del XVI secolo, quando i beni sono progressivamente scomparsi, in favore di una gestione esclusiva della proprietà. Nel Medioevo alcune terre, che venivano definite «comunali», potevano essere coltivate o sfruttate da tutti: ognuno aveva la possibilità di raccogliere la legna per il fuoco o i funghi, e i contadini potevano far pascolare liberamente le proprie pecore. Il movimento delle *enclosures* – la chiusura dell'accesso a questi terreni da parte dei proprietari fondiari – a poco a poco segnò la fine dei «beni comuni», precipitando nella miseria gran parte della popolazione rurale (Polanyi 2009). La creazione dei beni comuni dunque va sempre di pari passo con i tentativi di creare nuove *enclosures*, essendo le risorse condivise oggetto di predazione da parte di alcuni che ambiscono alla proprietà esclusiva. È quanto accade anche oggi in ambito digitale (la questione delle licenze) o per le risorse naturali (la brevettabilità del materiale vivente). Il movimento per i beni comuni cerca di contrastare, attraverso regole e modalità di gestione collettive, quello delle *enclosures*. La nozione di bene comune riemerge nel 1968 con la pubblicazione dell'articolo intitolato *La tragédie des communs* [La tragedia dei beni comuni] del sociobiologo Garret Hardin. Prendendo in considerazione il caso di alcuni pascoli comuni nei quali dei pastori cercano di sfamare ognuno per proprio conto il numero maggiore possibile di animali e che così facendo riducono considerevolmente la quantità di erba disponibile, Hardin arrivava alla conclusione che l'utilizzo libero dei beni comuni avrebbe condotto tutti alla rovina. Ne consegue, ai suoi occhi, che solo due soluzioni sono in grado di porre rimedio a questa tragedia: un obbligo di legge imposto dallo Stato a protezione delle risorse, o la proprietà privata delimitata attraverso dei recinti. A questa lettura si contrappone quella della ricercatrice statunitense Elinor Ostrom, il cui merito è stato quello di aver dimostrato che una tale concezione dei beni comuni riposa su una visione astratta, distaccata dalla realtà, spesso risalente a parecchi secoli fa. I beni comuni in realtà sono connessi a una comunità di abitanti o fruitori, e dunque a valori e regole collettive grazie alle quali le persone comunicano e negoziano. E tutto questo perseguendo obiettivi non riconducibili ai loro interessi immediati.\n\n«Tanto i partigiani della centralizzazione quanto quelli della privatizzazione accettano il principio cardine secondo cui i cambiamenti istituzionali devono provenire dall'esterno ed essere imposti alle persone coinvolte» (Ostrom 2010: 27). Ora, la nozione di bene comune è politica nella misura in cui presuppone la capacità naturale degli individui di deliberare e decidere collettivamente ciò che è giusto per loro, ed è la partecipazione all'attività comune a costituire la base dell'obbligo di rispettare le decisioni collettive. I beni diventano comuni attraverso questo processo: nulla è bene comune di per sé. Un bene comune è una istituzione votata a durare nel tempo attraverso l'elaborazione di regole e pratiche, facendosi carico della risoluzione dei conflitti e dei processi decisionali, in virtù del principio di autogoverno. Prevale sia nella sfera pubblica che in quella sociale e in questo modo sottopone ogni tentativo di abuso di potere (economico o politico) a dei limiti. Infine, il bene comune determina ciò di cui non ci si può impadronire e il cui uso è garantito affinché resti a disposizione di tutti.\n\nA partire dagli studi di Elinor Ostrom, i beni comuni possono essere definiti mediante la combinazione di tre fattori: 1) una risorsa con accesso condiviso; 2) un sistema di diritti e di doveri in capo a chi ha accesso alla risorsa; 3) regole per il controllo e la gestione dei conflitti. Per Ostrom, essendo oggetto di una *governance* non imposta né dal mercato né dallo Stato, la preoccupazione per i beni comuni conduce sempre a conciliare il diritto di usufrutto con la preservazione delle risorse. Sono le stesse parti in causa che elaborano il loro contratto e si considerano mutualmente responsabili della sua corretta esecuzione. Questo contratto ha luogo con cognizione di causa, essendo le parti in possesso di informazioni essenziali legate alla loro attività e al loro ambiente. Qui l'autogoverno presenta quel vantaggio praticamente assente nell'ambito dell'esercizio dell'autorità centrale che consiste, per le persone, nell'aver sufficienti informazioni per valutare quale sia la politica più pertinente da perseguire in funzione della situazione. Inoltre, la sorveglianza reciproca delle parti e la scelta autonoma delle sanzioni in caso di non rispetto del contratto, si rivelano più efficaci e meno costose che il rimando a un'autorità esterna.\n\nIn questo, la gestione mediante i beni comuni è molto più efficace di quella statale (esterna rispetto alle risorse interessate e incapace di valutarne il potenziale) o del mercato (dove la concorrenza dei proprietari e la ricerca del profitto conducono a un esaurimento delle risorse). La produzione di beni comuni è un costrutto sociale e politico, poiché dipende dall'arbitrato della collettività fra ciò che essa può e vuole supportare a beneficio di tutti, e la produzione di beni ad accesso libero.\n\nIl movimento dei beni comuni inizialmente si è sviluppato a partire dalle problematiche legate alla gestione delle risorse naturali, per poi allargarsi al mondo della conoscenza e alla questione dei dati personali nel mondo digitale. Internet era infatti uno spazio originariamente aperto, ma ormai è oggetto di numerose \"enclosures\". Questi due primi ambiti non sono nuovi, in quanto a teorie e pratiche libertarie – rintracciabili già nel XIX secolo – mentre altri, pur essendo a loro volta già stati oggetto di un'attenzione particolare da parte del movimento anarchico, sono solo ai loro balbettanti esordi in riferimento a un approccio basato sui beni comuni: stiamo parlando della gestione dei mezzi di produzione e dell'organizzazione politica attraverso i beni comuni territoriali.\n\n## **I beni comuni nelle risorse naturali**\n\nQuesta vasta categoria raggruppa oggetti diversi, uniti però dall'effetto significativo che il loro sfruttamento può avere sulla popolazione mondiale: l'ambiente naturale, i fondali marini, il genoma, il corpo umano, il patrimonio culturale, l'acqua, l'atmosfera…\n\nUna riflessione rispetto a cosa rientri nella categoria dei beni comuni globali è volta a definire le forme di protezione delle risorse che devono essere escluse dalla sfera commerciale, o il cui sfruttamento commerciale debba essere fortemente regolamentato da nuovi diritti fondamentali. Secondo l'Associazione internazionale di studi sui beni comuni, i beni comuni di sussistenza che si costituiscono in presenza di risorse naturali e che esistono dunque al di fuori del mercato e senza diritti di proprietà privata, sono di vitale importanza per circa due miliardi di individui a livello mondiale. Nel New Mexico, ad esempio, a partire dal XVII secolo le comunità autoctone gestiscono collettivamente alcuni sistemi di corsi d'acqua conosciuti sotto il nome di *acequias*, sistemi che soddisfano il bisogno idrico delle comunità nel rispetto dei limiti ecologici della risorsa. Se è vero che l'istituzione delle *acequias* si avvale della sanzione legale dello Stato del New Mexico, è altrettanto vero che sono le comunità stesse che governano questa istituzione. Ogni membro contribuisce al suo buon funzionamento, sia consentendo il soddisfacimento dei bisogni di approvvigionamento idrico, sia preservando le risorse naturali.\n\nAlcuni beni comuni vengono creati al fine di preservare la biodiversità e la cultura dei popoli indigeni. È questo il caso ad esempio del Parco delle patate in Perù, che ha lo scopo di preservare 900 varietà di patata selezionate nel corso di millenni dai differenti popoli andini. Sottraendo questa biodiversità ai tentativi di apporre brevetti da parte delle multinazionali, circa settemila abitanti di sei comunità indigene gestiscono collettivamente il parco. Questo approccio ecologico si ritrova in alcune intuizioni formulate negli scritti dei primi pensatori libertari, da Proudhon a Kropotkin, ma anche e soprattutto nell'opera di Elisée Reclus, celebre per i 19 volumi della sua *Nouvelle géographie universelle*. Secondo Reclus, l'essere umano è un elemento della natura che costituisce un tutto equilibrato: «L'uomo è la natura che prende coscienza di sé stessa» (Reclus 1905) e deve vegliare affinché non si rompa questo equilibrio, quello stesso equilibrio che gli conferisce la sua libertà. La constatazione di quanto sia precario l'equilibrio fra uomo e natura permette a Reclus di dedurre che il capitalismo e il produttivismo sono dannosi tanto per il primo quanto per la seconda: in una grande metropoli come Londra, notava, la cattiva gestione delle acque comportava un tasso di mortalità tre volte più elevato nei quartieri poveri che in quelli ricchi.\n\n## **I beni comuni digitali**\n\nSe la rinascita dei beni comuni ha avuto luogo soprattutto in ragione dell'urgenza ecologica, è stata altresì accompagnata dall'emergere di una nuova tecnologia, uno spazio aperto in molti aspetti simile a ciò che furono i beni comuni nel Medioevo: mi riferisco a Internet. In questo spazio, ritroviamo risorse di sapere digitale che hanno come caratteristica peculiare quella di moltiplicarsi quando vengono condivise (mentre normalmente la condivisione di un bene comporta la sua suddivisione in parti più piccole).\n\nI pionieri di Internet avevano una concezione molto libertaria del Web: esso doveva costituire uno spazio affrancato dalle regolamentazioni statali e dalla predazione capitalista, in particolare in materia di proprietà intellettuale e dati personali. Ad esempio, John Perry Barlow – cofondatore nel 1990 dell'Electronic Frontier Foundation, una ONG che si prefigge l'obbiettivo di proteggere le libertà su Internet – ha redatto nel 1996 una Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio. Rivolgendosi a Stati e imprese scrive: «Vengo dal cyberpazio, la nuova dimora della Mente […] Non siete i benvenuti tra di noi. Non avete alcuna sovranità là dove ci riuniamo» (Barlow). Così licenze di tipo Creative Commons si sono sviluppate molto velocemente con l'obiettivo di proteggere le opere dell'ingegno da qualsiasi tipo di attività predatoria, pubblica o privata, e assicurarne allo stesso tempo la circolazione. Sono emerse collaborazioni creative con regole condivise: la nascita di Wikipedia ne è un esempio.\n\nLa crittografia diventa poi uno strumento per la protezione dei beni comuni dell'ingegno da nuove «enclosures» che parallelamente si sviluppano (Boyle 2003). Come già notava Timothy C. May nel 1989 nel suo *The Crypto Anarchist Manifesto (Il manifesto cripto-anarchico)*: se «un'invenzione apparentemente minore come il filo spinato ha reso possibile la recinzione di vasti terreni e fattorie cambiando per sempre i concetti di terra e di diritto di proprietà in Occidente, la scoperta apparentemente minore di una branca misteriosa della matematica diventerà il tronchese per tranciare il filo spinato che limita la proprietà intellettuale» (May 1989). D'altra parte, nuove forme di organizzazione del lavoro si sviluppano nell'economia delle piattaforme digitali, privilegiando l'associazione dei lavoratori, la condivisione del capitale, o valorizzando obiettivi legati all'ambiente, alla filiera corta e alla solidarietà, sulla scia delle prime cooperative, e non alla ricerca di profitti, come invece fanno le piattaforme di impronta capitalistica come Uber o Airbnb.\n\nTrebor Scholz, professore alla New School di New York, ha elaborato il concetto di «cooperativismo di piattaforma» per definire queste nuove organizzazioni. Nell'articolo *Platform cooperativism: Challenging the Corporate Sharing Economy* le qualifica attraverso dieci principi: «Una proprietà condivisa dalla piattaforma con i suoi utilizzatori; dei ricavi decenti accordati agli utilizzatori della piattaforma (in caso vengano offerti servizi commerciali), trasparenza nella raccolta e nell'utilizzo dei dati personali e il loro libero scambio fra le piattaforme; un dialogo/ mediazione fra la piattaforma e i suoi utilizzatori; una co-determinazione del lavoro fra utilizzatori e gestori della piattaforma; la promozione di una quadro giuridico di tutela, in particolare in materia di concorrenza fra piattaforma e lavoratori e in materia di diritto del lavoro; diritti e tutele per gli utilizzatori validi sulle differenti piattaforme; una tutela dalle decisioni arbitrarie delle piattaforme; una limitazione della sorveglianza sull'attività degli utilizzatori e il diritto alla disconnessione» (Compain, Eynaud, Morel, Vercher-Chaptal 2019: 12-13). Il cooperativismo di piattaforma mira così a restituire agli utilizzatori la gestione di quest'ultima e lo fa attraverso una linea improntata all'autogestione cara alla tradizione libertaria. Una delle sfide di queste piattaforme è quella di mantenere tale tipo di modello in un ambiente economico ostile, come testimonia l'esperienza di Linux – sistema operativo nato dall'incontro del modo di operare hacker e i principi del software libero – ormai diventato per il 90% di proprietà di imprese capitaliste.\n\n## **Beni comuni e fattori di produzione**\n\nLa categoria dei beni comuni può anche essere applicata ai mezzi di produzione. In questo caso, l'approccio dei beni comuni suppone che tutti coloro che sono influenzati dalle decisioni di un'azienda (o di una unità di produzione) abbiano interesse a partecipare a questo tipo di gestione: in primo luogo i dipendenti, ma anche i residenti in caso di imprese inquinanti, o infine i consumatori… Queste idee si rifanno ai princìpi autogestionari che si sono sviluppati nella seconda metà del XIX secolo sotto l'impulso di Proudhon (in particolare si veda *De la capacité des classes ouvrières*), e poi del sindacalismo rivoluzionario o dell'anarcosindacalismo, sia nella teoria che nella pratica.\n\nElinor Ostrom lo mostra esponendo il caso dei pescatori di Alanya in Turchia. Negli anni Settanta, questi lavoratori si trovarono di fronte a un doppio vincolo: da un lato la concorrenza per le risorse rendeva precaria la condizione dei pescatori aumentando la possibilità di conflitto; dall'altro scatenava un sovrasfruttamento delle risorse stesse – nel loro caso i pesci – che in questo modo si riducevano. In risposta, i pescatori del litorale di Alanya decisero di riunirsi e di sperimentare alcune soluzioni arrivando in meno di dieci anni a stabilire le seguenti norme: innanzitutto i pescatori e le zone di pesca devo essere elencati; le zone di pesca vengono poi divise attraverso un sorteggio fra tutti i pescatori; l'attività di pesca viene poi limitata al periodo compreso fra settembre e maggio in modo che nei mesi restanti i pesci possano riprodursi; infine i pescatori devono alternarsi, passando da una zona all'altra, da ovest a est, in modo che a ognuno sia permesso di pescare su tutta l'estensione del litorale per tutto il periodo consentito. Un tale approccio ai beni comuni di lavoro e produzione, garantendo sia l'uguaglianza dei produttori in termini di accesso e diritto allo sfruttamento sia la salvaguardia delle risorse naturali, si dimostra più efficace della concorrenza di tipo capitalistico o dell'amministrazione statale, troppo lontana dagli eventi per comprenderne e regolarne i problemi.\n\nQuesta pratica di produzione autogestita, senza Stato né capitalismo, si ritrova a più riprese nel corso degli ultimi due secoli. L'esperienza più articolata e più radicale rimane senza dubbio quella della Spagna anarchica del 1936, da cui rimangono ancora da trarre numerosi insegnamenti. Fin dal principio della rivoluzione tutta una parte della Spagna si sollevò, forte delle centinaia di migliaia di militanti anarchici appartenenti alla FAI (Federación Anarquista Ibérica) e alla CNT (Confederación Nacional del Trabajo), con l'obiettivo di socializzare i mezzi di produzione. Come racconta George Orwell nel suo *Omaggio alla Catalogna*, Barcellona fu il centro di questo entusiasmo libertario. È così che nel luglio del 1936 la fabbrica Hispano-Suiza di Barcellona, che contava 1400 lavoratori e operava nel settore metalmeccanico, venne requisita dai sindacati. Anche l'industria del legno, molto importante per l'economia della città, venne collettivizzata. La produzione era organizzata fra collettività in modo tale che i differenti tipi di prodotti fabbricati fossero complementari e potessero essere scambiati, questo per evitare la concorrenza e un aumento non necessario della produzione. Molte altre tipologie di industria furono poi collettivizzate: se le situazioni specifiche potevano variare, tutte rispondevano allo stesso principio anarchico di autogestione, che consiste nel declinare sempre assieme autonomia e uguaglianza.\n\nNel luglio del 1936, bisognava provvedere ai raccolti e rimettere in produzione le terre abbandonate. Centinaia di migliaia di contadini procedettero alla collettivizzazione della terra, autorizzando quei pochi singoli proprietari desiderosi di mantenere la propria proprietà a farlo, a patto che non sfruttassero nessuno. Spesso questi proprietari finirono comunque per riunirsi alle collettività per goderne i vantaggi. Possiamo contare circa 350 collettività in Catalogna, 500 nel Levante, 450 in Aragona e ancora 240 in Nuova Castiglia (Leval 1971). L'autogestione era organizzata in tre settori principali: le statistiche per l'organizzazione dell'economia, riunite in federazioni; le nuove tecniche, che avrebbero dovuto portare al miglioramento e alla ristrutturazione dell'economia concentrando l'industria e sviluppando le innovazioni; la cultura, che si apriva su una nuova visione del mondo, principalmente attraverso le scuole.\n\n## **I beni comuni territoriali**\n\nCon beni comuni territoriali si intende la possibilità per i cittadini di autogovernarsi in comune su un territorio dato (quartiere, comune, regione, ecc.). I beni comuni territoriali presuppongono deliberazioni e capacità decisionale reale da parte dei cittadini per tutto ciò che riguarda la gestione del loro territorio (incluse tutte le attività economiche che abbiano una ricaduta su di esso). […] Come scrivono il filosofo Pierre Dardot e il sociologo Christian Laval nel loro libro *Commun*: «Per rispondere realmente a dei bisogni collettivi, è opportuno che [i servizi pubblici] siano espressi, dibattuti ed elaborati attraverso votazioni democratiche. Senza questo impegno civico, il fruitore è o soggetto o cliente, e a volte le due cose assieme. In entrambi i casi c'è un'usurpazione o una diluizione dell'interesse generale e una perdita della dimensione civica. Ma in che modo dunque si può passare da un modello basato sul servizio pubblico a uno basato sul servizio comune? Quest'ultimo implica una modifica considerevole della concezione che abbiamo dello Stato. Se da un lato possiamo ben ricordare le lontane origini della nozione di servizio pubblico, radicata nelle categorie classiche e medioevali dell'utilità pubblica e dell'interesse generale, non possiamo dimenticare che lo Stato è principalmente costruito come *imperium* e non come *obsequium*» (Dardot e Laval 2014: 516-17). Ma è proprio come *obsequium* che Proudhon concepisce lo Stato, ossia come entità che ha il dovere di mantenere il carattere pubblico della carica assegnatagli dalla collettività. Bisogna metterlo allo stesso livello della società privandolo così del suo carattere assoluto. Allo stesso modo bisogna fare con la proprietà. Lo Stato – se a questo punto possiamo ancora chiamarlo «Stato» (nella misura in cui, per dirlo correttamente, non è più segnato dal sigillo della sovranità) – diventa allora «il supervisore della società, la sentinella del popolo» (Proudhon 1997: 197). Con la *governance* dei beni comuni ritroviamo il superamento della forma tradizionale di Stato fondata su di una sovranità monolitica. Come ben riassume il militante statunitense David Bollier in *La renaissance des communs*: «Questo tipo di *governance* non assumerà la forma di una struttura formale o gerarchica imposta e amministrata dallo Stato-nazione, ma piuttosto quella di una coalescenza di grandi reti di sistemi di produzione tra pari motivati dal loro mutuo interesse. Non è una visione utopica. Possiamo già sin da ora osservare una tale federazione cooperativa all'opera in seno ai beni comuni di Internet» (Bollier 2014: 150-51).\n\nI beni comuni suppongono dunque il superamento dello Stato in un approccio orientato in direzione del luogo originario della politica, la città. Qui, il municipalismo libertario, teorizzato principalmente da Bookchin, si trova naturalmente chiamato in causa. Esso afferma l'idea secondo la quale le istituzioni libertarie possono nascere parallelamente allo Stato e ai margini del capitalismo, soppiantandoli entrambi poco a poco. Questa strategia è possibile a partire dalla Comune, che costituisce il luogo d'elezione della libertà politica, e questo almeno a partire dalla città nella Grecia antica. Così «l'unico mezzo per ricostruire la politica è cominciare dalle sue forme più elementari: i villaggi, le città, i quartieri e le municipalità, luoghi dove le persone vivono il livello più intimo di interdipendenza politica oltre la vita privata. È a questo livello che possono cominciare a familiarizzare con il processo politico, un processo che va ben al di là del voto e dell'informarsi» (Bookchin 2021). Le grandi metropoli come New York, Londra o Parigi non hanno più evidentemente molto a che fare con le città dell'Antichità come Atene, città che permettevano l'esercizio della democrazia diretta (anche se tuttavia le donne e gli schiavi ne erano esclusi).\n\nNonostante questo, qualunque sia la dimensione delle città, ognuna è divisibile in un certo numero di quartieri che consentono di concepire dei territori di dimensioni umane che permettano l'esercizio di questo tipo di pratiche. La grandezza di una città non è in alcun modo determinante per stabilire quale sia il regime che la deve reggere, a meno che non si conceda che se la democrazia diretta può aver luogo solo in città di 20 mila abitanti allora in città con 2 milioni di abitanti, l'unica possibilità sia l'imperare di una burocrazia dittatoriale. Bookchin porta l'esempio della città di Parigi nel 1793, a quel tempo popolata da numero compreso tra 500 e 600 mila abitanti, i quali grazie alla federazione in sezioni, aveva tranquillamente potuto organizzare l'approvvigionamento, la sicurezza, far rispettare i prezzi massimi o perfino assicurare lo svolgimento degli incarichi amministrativi più complessi. Bookchin mette del resto in evidenza anche un pericolo: che i lavoratori siano i *soli* a dover decidere in merito alle politiche di produzione. Molto presto si ritornerebbe a logiche corporative o, in altri termini, i lavoratori stessi sarebbero condotti a reiterare le malefatte della concorrenza capitalistica. Dovrebbe essere dunque *l'insieme*  *della popolazione* di un comune o di un territorio dato a decidere in merito alle politiche di produzione. La dimensione locale del municipalismo non potrebbe tuttavia fare a meno del federalismo per prefigurare delle problematiche globali, come per esempio quelle che riguardano l'ambiente.\n\n## **Conclusioni**\n\nSe l'accesso a certi beni comuni può essere oggetto di forti disuguaglianze (per esempio fra uomini e donne) a causa di regole prodotte dalla tradizione e non messe in discussione, o a causa di regole che non hanno integrato il principio di un'uguaglianza inclusiva, la radicalità libertaria – quella radicalità che consiste nell'affrontare le questioni alla radice e preservare lo spirito di autonomia – costituisce un antidoto al ritorno alla tradizione, alle ingiustizie e alle esclusioni. Nella misura in cui esiste una congruenza fra teorie e pratiche, gli apporti mutui e le critiche reciproche fra anarchismo e beni comuni non possono che essere fecondi.\n\n\u003e Traduzione di Abi. Questo testo è stato inizialmente pubblicato con il titolo «La part anarchiste des communs» sul sito Bellast nel gennaio del 2020 e, con il titolo «Des communs dans le pensée libertaire» nel sito Acontretemps nel giugno 2021. Si ringraziano l'Autore e la redazione di Acontretemps per la disponibilità.\n\n## **Bibliografia**\n\n- J.P. BARLOW, «A Declaration of the Independence of Cyberspace», Electronic Frontier Fondation \u003chttps://www.eff.org/it/cyberspace-independence\u003e.\n- D. BOLLIER, *La Renaissance des communs*, Charles Leopold Meyer, Paris 2014 [trad. it. *La rinascita dei commons*, Stampa alternativa, Viterbo, 2015].\n- M. BOOKCHIN, *From Urbanization to Cities*, AK Press, New York 2021.\n- J. BOYLE, *The Public Domain: Enclosing The Commons Of The Mind*, Yale University Press, New Haven \u0026 London 2003.\n- G. COMPAIN, P. EYNAUD, L. MOREL, C. VERCHER-CHAPTAL, «Les plateformes collaboratives: éléments de caractérisation et stratégies de développement», [halshs.archives-ouvertes.fr](https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-02140103/document).\n- P. DARDOT, C. LAVAL, *Commun*, La Découverte, Paris 2014, pp. 516-517 [trad. it. *Del Comune, o della rivoluzione nel XXI secolo*, DeriveApprodi, Roma, 2015].\n- É. JOURDAIN, *Quelles normes comptables pour une société du commun?*, Éd. Charles Léopold Mayer (ECLM), Paris 2019.\n- G. LEVAL, *Espagne libertaire 1936-1939 : l'œuvre constructive de la révolution espagnole*, Éditions du Cercle et de La Tête de feuilles, 1971 ; rééd. Édition Tops/Trinquier, Paris 2013.\n- T.C. MAY, *The Crypto Anarchist Manifesto*, 1989 \u003chttps://www.activism.net/cypherpunk/crypto-anarchy.html\u003e.\n- E. OSTROM, *Gouvernance des biens communs : pour une nouvelle approche des biens naturels*, De Boeck, Louvain-la-Neuve 2010, p. 27 [trad. it. 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