title: "Dal basso e per il basso. Le sfide di una giusta transizione ecologica"
date: "2022-06-01"
autori:
  - "Simone Ogno"
numero: "2"
sezione: "Approfondimenti"
pagina: 53
permalink: "https://semisottolaneve.net/articoli/02-dal-basso-e-per-il-basso/"
content: "\n## **Pandemia, guerra e crisi climatica**\n\nIl 2020 sarà ricordato come l'anno che ha sconvolto la vita di miliardi di persone a causa della pandemia di Covid-19. Con l'abitudine di considerare ciò che accade intorno a noi come «emergenza», si è posta molta enfasi su quella pandemica, senza considerarla in relazione a fenomeni più ampi.\n\nLa crisi climatica che viviamo sembra essere passata in secondo piano, nonostante le acclarate relazioni che intercorrono tra essa e la diffusione di eventi pandemici\u003csup\u003e1\u003c/sup\u003e, a partire dalla devastazione dell'ambiente per sfruttarne le risorse naturali, che facilita il passaggio di virus tra specie animali, compresa quella umana. Per di più, numerosi studi scientifici dimostrano come la prolungata esposizione all'inquinamento atmosferico, causato prevalentemente dai mezzi di trasporto e dalla combustione di carbone, petrolio e gas, aumenti le possibilità di contrarre forme più gravi di patologie cardiorespiratorie\u003csup\u003e2\u003c/sup\u003e.\n\n\u003csup\u003e1\u003c/sup\u003e [thelancet.com](https://www.thelancet.com/article/S0140-6736%2820%2932290-X/fulltext)\n\n\u003csup\u003e2\u003c/sup\u003e [hsph.harvard.edu](https://www.hsph.harvard.edu/c-change/subtopics/coronavirus-and-pollution/)\n\nSe ciò non bastasse, insieme alla pandemia è tornato l'incubo della guerra su scala globale, che rischia di essere l'ultimo chiodo sulla bara di una giusta transizione ecologica.\n\nQuando, a causa dell'invasione dell'Ucraina, l'Unione europea ha deciso di adottare le prime sanzioni economiche nei confronti della Federazione russa, si è compreso realmente quanto il Vecchio continente dipenda dagli idrocarburi prodotti in altri paesi. Una novità solo agli occhi di chi non ha mai voluto vedere.\n\nNel dibattito pubblico sono emerse finalmente numerose questioni, alcune delle quali troppo spesso sottaciute da governi, multinazionali energetiche e gruppi finanziari. Questioni che i movimenti per la giustizia ambientale e climatica denunciano da tempo: l'industria dei combustibili fossili alimenta situazioni di violazione sistemica dei diritti umani e instabilità sociopolitica ed è causa diretta o indiretta di numerosi conflitti armati.\n\n## **La nuova corsa estrattivista globale**\n\nTuttavia, le prime risposte dei governi non hanno fatto che reiterare la volontà di non vedere, con il rischio di spingere numerosi paesi europei da una dipendenza a un'altra. L'Italia non fa eccezione. In altri invece si rischia di aggravare quella che viene chiamata «maledizione delle risorse naturali», con le rispettive zone e persone di sacrificio, come affermato recentemente da Nnimmo Bassey (Health of Mother Earth Foundation) e Anabela Lemos (Justiça Ambiental/Friends of the Earth Mozambique)\u003csup\u003e3\u003c/sup\u003e. Zone e persone di sacrificio sono quei territori, comprendenti le persone che li abitano, storicamente sfruttati dal capitalismo estrattivista a ogni latitudine, da cui quindi estrarre valore con modalità sempre nuove. In questo caso il capitalismo estrattivista agisce attraverso le operazioni delle multinazionali energetiche, che sfruttano i territori per poi lasciare macerie o cattedrali nel deserto.\n\n\u003csup\u003e3\u003c/sup\u003e [foreignaffairs.com](https://www.foreignaffairs.com/articles/africa/2022-02-17/africas-fossil-fuel-trap)\n\nMolti di questi paesi «maledetti» si trovano nel continente africano, in prima fila per la produzione di petrolio e gas: Nigeria, Mozambico, Egitto, Angola, Algeria, Repubblica del Congo, Ghana, Tunisia, Uganda. A questi paesi possiamo aggiungerne altri afferenti a un presunto «Occidente» ma periferici rispetto ad esso, come Australia e Argentina. E non dimentichiamoci degli Stati Uniti. In ogni caso, la nuova corsa estrattivista non rinuncia al suo marchio di fabbrica neocoloniale, impattando ulteriormente le *frontline communities*, cioè quelle comunità già marginalizzate o razzializzate in maniera sistemica. In altri casi, l'industria fossile implementa la sua agenda in ecosistemi fragili ed esposti più di altri alla crisi climatica, come gli abissi oceanici e la regione artica, attraverso operazioni di esplorazione, produzione, trasporto e stoccaggio di idrocarburi.\n\nLa finanza globale, guidata dai fondi di investimento statunitensi come BlackRock e Vanguard, nonché dalle banche cinesi come la Bank of China e l'Industrial and Commercial Bank of China, può iniziare così ad aprire il portafoglio e orientarlo verso altri mercati. La menzione di soggetti finanziari privati e pubblici, per quanto afferenti a contesti politici differenti, non è casuale. La finanza privata, intesa come l'insieme di fondi di investimento, banche commerciali e compagnie assicurative, è uno dei perni del capitalismo estrattivista, poiché determina la distribuzione della ricchezza. È stata questa a gettare le basi per l'emergere dell'economia del petrolio, e ora ci spinge verso l'economia del gas.\n\nTuttavia, i contraccolpi all'economia reale dovuti prima alla pandemia e poi alla guerra hanno riportato in auge anche la finanza pubblica, il più delle volte proprio a servizio delle grandi concentrazioni di potere private.\n\n## **Chi ostacola la giusta transizione ecologica in Italia**\n\nQualsiasi sia l'origine della prossima dipendenza fossile italiana, avrà sicuramente bisogno di nuovi gasdotti e terminal di GNL (gas naturale liquefatto). Un settore in cui ENI e SNAM la fanno da padrone\u003csup\u003e4\u003c/sup\u003e. L'Algeria e l'Egitto sembrano in prima fila per soddisfare entrambe, attraverso nuovi progetti esplorativi e un aumento della produzione di idrocarburi\u003csup\u003e5\u003c/sup\u003e.\n\n\u003csup\u003e4\u003c/sup\u003e [recommon.org](https://www.recommon.org/di-chi-sono-i-gasdotti-e-quale-ruolo-giocano-eni-e-snam/)\n\n\u003csup\u003e5\u003c/sup\u003e [recommon.org](https://www.recommon.org/le-scelte-eni-sul-gas-ci-consegnano-alla-russia/)\n\nUna proliferazione di progetti complessi o in contesti «a rischio» quindi. Il contesto ideale per le agenzie di credito all'esportazione, cioè gli assicuratori pubblici che coprono dai rischi politici e commerciali le multinazionali nel loro export e investimenti esteri. Un ambito in cui l'italiana SACE, controllata dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, ricopre un ruolo di primo piano, avendo già assicurato numerosi progetti fossili in Nigeria, Mozambico, Egitto e Russia\u003csup\u003e6\u003c/sup\u003e. E se qualcosa dovesse andare male? Nessun problema: SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato soldi alle aziende per i loro progetti esteri, trasformandoli in debito pubblico per i paesi in cui si realizzano gli investimenti. Profitti privati, perdite pubbliche.\n\n\u003csup\u003e6\u003c/sup\u003e [recommon.org](https://www.recommon.org/stato-di-garanzia-il-rapporto-sulla-sace/)\n\nIn seguito all'emergere della pandemia, il decreto-legge Liquidità di aprile 2020 (governo Conte II) ha innescato un processo di radicale trasformazione di SACE, divenuta così\n\nun attore di primo piano per tutto il Sistema-Italia a trazione estrattivista, non solo sul lato dell'export. Successivamente, con il decreto-legge Semplificazioni di luglio 2020, è stato affidato a SACE il ruolo di rilasciare garanzie a sostegno dei progetti del *Green Deal* italiano, concretizzatosi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).\n\nIl gruppo bancario in prima fila a supportare la supposta transizione ecologica italiana è Intesa Sanpaolo, che, nell'ambito del PNRR, ha messo a disposizione un importo complessivo di oltre 400 miliardi di euro in termini di nuovi finanziamenti a medio-lungo termine. È stato inoltre il primo istituto di credito italiano a stipulare un protocollo di collaborazione con SACE in seguito all'entrata in vigore del DL Liquidità\u003csup\u003e7\u003c/sup\u003e. Intesa Sanpaolo che, per la sua esposizione all'industria fossile sul lato creditizio e degli investimenti, si è guadagnata l'epiteto di «banca fossile n.1 in Italia»\u003csup\u003e8\u003c/sup\u003e.\n\n\u003csup\u003e7\u003c/sup\u003e [intesasanpaolo.com](https://group.intesasanpaolo.com/it/sala-stampa/comunicati-stampa/2020/04/intesa-sanpaolo--prima-banca-a-sottoscrivere--protocollo-sace-pe)\n\n\u003csup\u003e8\u003c/sup\u003e [greenpeace.org](https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/13553/una-banca-insostenibile-intesa-sanpaolo-contro-il-clima-lambiente-e-le-comunita/)\n\nQuando ancora si chiamava Recovery plan, il PNRR è stato oggetto delle mire dell'industria fossile. Questa è infatti riuscita a ottenere almeno centodue incontri con i ministeri incaricati di redigere il piano: una media di oltre due incontri a settimana\u003csup\u003e9\u003c/sup\u003e.\n\n\u003csup\u003e9\u003c/sup\u003e [recommon.org](https://www.recommon.org/le-mani-del-settore-dei-combustibili-fossili-sul-recovery-plan/)\n\nENI, principale multinazionale fossile italiana, ha dominato l'azione lobbistica con almeno venti incontri ufficiali, promuovendo le sue false soluzioni per il clima e l'ambiente tra i decisori politici, tra cui l'idrogeno - che attualmente è prodotto per il 99% da gas - e la cattura dell'anidride carbonica (CCS). Stesso numero di incontri per SNAM, società che controlla la rete di gasdotti strategici europei e mediterranei.\n\nLa Commissione europea ha però bocciato la versione originaria del PNRR, costringendo l'esecutivo italiano a modificarlo in maniera sostanziale nel capitolo riguardante la transizione energetica. Tuttavia, sulla scia della guerra in Ucraina non sono da escludersi deroghe volte a modificare tutti i piani nazionali già approvati. E questo potrebbe significare un prepotente ritorno di false soluzioni o, addirittura, proprio di progetti fossili, con la giustificazione del contesto emergenziale servita su un piatto d'argento.\n\n## **Transizione ecologica dal basso, per il basso**\n\nSecondo la narrazione dominante, in caso di eventi catastrofici come pandemie e guerre i governi agiscono a tutela degli interessi collettivi. Siamo però sicuri che, quando la crisi climatica si riverserà con tutta la sua violenza sulla maggioranza della popolazione mondiale, i governi agiranno? Pandemia e guerra sono diverse dalla crisi climatica.\n\nData la molteplicità e complessità delle crisi in corso, assisteremo a un maggiore autoritarismo diffuso e alla crescita di un consenso intorno a questo? E la narrazione dominante, orientata dai governi e dai poteri corporativi industriali e finanziari attraverso i rispettivi canali istituzionali e i media mainstream, spingerà ancora di più all'odio verso e tra le fasce subalterne, deviandolo così da chi governa le crisi?\n\nChe tipo di cambiamento vogliamo? La domanda poggia sull'assunto che non si tratta solo del modello energetico, ma dell'intero sistema produttivo globale. Anche i settori dell'acciaio, del cemento e dell'agribusiness non molleranno la presa sul sistema come lo conosciamo: la questione è quindi molto più ampia di petrolio *vs* rinnovabili. I gruppi industriali e finanziari, a partire da quelli a partecipazione a statale, che ci hanno condotto in una nuova era di pandemie e guerre, possono essere riformati per guidare una transizione ecologica che sia giusta?\n\nLa proliferazione delle comunità energetiche è una pratica sana, tuttavia sotto il regime normativo attuale ci sono margini per erodere il potere delle multinazionali energetiche? Anche in questo caso, ritorna la questione di quanto sia opportunistico cogliere gli spazi grigi del sistema per cercare di superarlo, oppure muoversi direttamente fuori e contro di esso. Il punto fermo è che, oltre i consumi individuali, sono da considerare anche produzione industriale, trasporti e logistica.\n\nUn esempio di transizione ecologica «dal basso e per il basso» è quello di Som Energia, cooperativa catalana di produzione e consumo di energia esclusivamente rinnovabile. Fondata nel 2010, Som Energia conta più di 70mila soci e 127mila contratti in Catalunya e in tutta la Spagna. Organizzati in gruppi territoriali, alcuni tra i soci di Som Energia hanno poi animato processi di trasformazione in altri contesti, che vanno oltre l'energia: è il caso di Som Mobilitat, cooperativa di mobilità che si pone l'obiettivo di favorire l'utilizzo di mezzi pubblici e delle bici, e acquistando poi collettivamente anche alcuni veicoli elettrici.\n\nLa questione della concentrazione *vs* diffusione del potere non è quindi più teorica, ma sempre più reale. Assistiamo a un maggiore protagonismo dello Stato, che fa da stampella al privato, soprattutto alla finanza.\n\nL'unica transizione possibile deve necessariamente passare per un cambio del modello energetico e produttivo, in cui le comunità e i territori abbiano voce in capitolo. E per avere voce in capitolo, il potere nelle mani dei pochi deve essere smantellato, diluito e diffuso, affinché siano proprio comunità e territori a riappropriarsene. Solo questi possono infatti individuare i bisogni reali, non basati sulle proiezioni plasmate dalle stesse multinazionali e gruppi finanziari che oggi controllano il mercato energetico, e non solo quello.\n"
