# Conversazione con Goffredo Fofi


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Goffredo Fofi, nato a Gubbio nel 1937, è sicuramente uno dei principali punti di riferimento di una cultura libertaria oggi in Italia. Critico letterario e cinematografico, scrittore, animatore di riviste e di gruppi di azione, maestro elementare e operatore sociale, da oltre sessant'anni cammina in direzione «ostinata e contraria» rispetto alle varie forme che assume sistematicamente il dominio. Questa breve conversazione ci offre innumerevoli stimoli per migliorare lo sguardo libertario che questa rivista intende praticare e, soprattutto, ci incoraggia nella scelta che abbiamo intrapreso, per tenere sempre uniti pensiero e azione e per mettere a punto un pensiero antiautoritario e solidale, propositivo e positivo.

*«Semi sotto la neve»: questa felice espressione di Ignazio Silone è stata ripresa da Colin Ward per esemplificare la sua teoria dell'organizzazione anarchica. L'anarchia è qualcosa che già esiste, nonostante tutte le forme di dominio esistenti, in tutte quegli esempi di autorganizzazione che uomini e donne hanno via via messo in atto per risolvere in modo libertario i vari problemi sociali e personali che si sono trovati di fronte. Condividi questa visione? Se sì qual è la sua più vera espressione?*

Sono ovviamente d'accordo con Colin, anche se non ho la profondità di pensiero e di conoscenze che lui aveva (in parole povere, sono in fondo un autodidatta, ho studiato da maestro elementare e da assistente sociale e non ho fatto – e quando mi ci sono accostato ne sono rimasto sconcertato - l'università, un mondo che mi pare sempre più da riformare, partendo proprio dalle basi). Anche perché nella mia esperienza, da sud a nord, ho incontrato tante situazioni come quelle descritte da Colin, e altre ho contribuito a metterne in piedi. Per esempio la Mensa dei bambini napoletana degli anni settanta, e tutto il lavoro delle riviste, che ho voluto fosse sempre un vero lavoro di gruppo; e la cosa che oggi mi manca di più è proprio il lavoro di gruppo, che la «cultura del narcisismo» ha messo fortemente in crisi; ed è proprio per questo che guardo con molta attenzione ai piccoli raggruppamenti che nonostante tutto continuano a nascere (e alle riviste! «semi sotto la neve» anche loro, quando non sono strumenti di affermazione e di carriera, o sfoghi narcisistici di frustrati idolatri della cultura e nemici del rapporto indispensabile tra pensiero e azione). Il piccolo gruppo ha valore non solo come difesa dalla opprimente bruttezza della storia e della società, che lascia oggi poco spazio alla solidarietà, ma come luogo di esperienze che rafforzino la nostra capacità di capire e di agire.

*Sempre molto interessante il tuo sguardo nei confronti dell'azione sociale. In particolare trovo stimolante la tua riflessione sulla funzione delle minoranze attive nel processo di cambiamento sociale. In tuo libro del 2006 («Da pochi a pochi», Elèuthera) riflettevi sulla necessità di non separare mai pensiero e azione. E ti chiedevi cosa possano fare le minoranze «lucidamente perdenti», quali di queste sono oggi «frequentabili», come trasmettere ad altri i valori e l'esempio di quelle più degne, di ieri e di oggi, come gridare nelle circostanze attuali il nostro «non accetto». Tu hai partecipato a diverse minoranze attive, hai creato molte esperienze minoritarie ma importanti, hai insomma vissuto da minoranza con il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà. Tra le tante, vorrei qui chiederti di soffermarti su di una in particolare.*

*Agli esordi della tua lunga e intensa attività di animatore di esperienze e di riviste, di critico e polemista, di studioso e di ricercatore, hai sposato la straordinaria esperienza siciliana di Danilo Dolci. Puoi tratteggiarcene una breve presentazione?*  *Quali sono le peculiarità, le caratteristiche più interessanti, il metodo più coerente, che Dolci ha sperimentato tra il 1952 e i primi anni settanta?*

È uscito di recente un ottimo saggio storico di un giovane, Marco Grifo, che si intitola «Le reti di Danilo Dolci» (Franco Angeli editore, che lo fa pagare davvero troppo) e che non parla soltanto di quelle, ma in generale delle reti del dopoguerra, degli anni della ricostruzione e della democrazia, dei rapporti intrattenuti da operatori, intellettuali e militanti in una confluenza di esperienze e di conoscenze, di scambi e di proposte… da nord a sud, da punti di partenza diversi per competenze e aspirazioni. Un'Italia di cui ci siamo dimenticati. Danilo fu un personaggio esemplare e centrale di quegli anni, ma anche lui come tanti altri «lottatori» (da Pasolini a Bianciardi a Mastronardi, per fare i nomi di tre narratori e polemisti di punta degli anni cinquanta) fu sconcertato dal boom economico e dalla grande mutazione, proprio antropologica, di quegli anni, che cambiò il carattere stesso del nostro popolo; e reagì – quando vide che le dighe ormai le costruiva lo stato e ne approfittavano le mafie – dedicandosi a imprese più pedagogiche che sociali (o «politiche»). Ma il contributo che ha dato alla conoscenza delle disparità economiche e sociali di quelli anni, alla vita vera dei contadini, disoccupati, banditi, è stato enorme. E non va dimenticato che Dolci, come per esempio Pasolini, che aveva ben conosciuto, era anche un poeta, e non dei meno forti. Sono sempre stato affascinato dal legame, in loro, tra una vocazione poetico-letteraria (da un forte fondo filosofico e in qualche modo religioso, se non altro nella lotta per un mondo di giustizia; e non è casuale che entrambi avessero avuto dei rapporti con un prete-poeta come Turoldo) e una vocazione decisamente sociale, eminentemente attiva.

(Noi che siamo cresciuti dentro il boom, e dentro le *nouvelles vagues*, eravamo più disposti ad affrontarlo cercando nuovi modi di reagire, quelli che poi hanno portato al '68).

*In particolare ci piacerebbe che tu ti soffermassi sull'idea dolciana di sciopero alla rovescia. Qual è il valore innovativo di questa idea e come è spendibile oggi seppur in contesti così diversi?*

Va chiarito che non è stato Danilo a inventare lo sciopero a rovescia, sulla base della constatazione che i disoccupati non possono ovviamente occupare il luogo del loro lavoro, ma che si trattava di esperienze nate spontaneamente nelle lotte dei disoccupati del dopoguerra. Assistite e a volte anche stimolate ai livelli locali dal sindacato, nella speranza che gli enti locali provvedessero (ma qualche volta accadde?) a compensare il lavoro socialmente utile fatto dai disoccupati. Quello degli inizi del 1956 di Partinico, a cui ho avuto la fortuna di prendere parte, fu preparato da un digiuno collettivo sulla spiaggia di Trappeto, con i disoccupati che pochi giorni dopo occuparono la «trazzera vecchia» di Partinico – una trafficata strada di campagna che partiva dal paese – con zappe e badili, per rimetterla in sesto. Grazie al rapporto epistolare instaurato con Aldo Capitini, teorico-pratico della nonviolenza, Danilo aveva scoperto Gandhi e i suoi metodi di lotta; e se aveva fatto precedere da un digiuno lo sciopero era anche perché poco tempo prima a Venosa (Basilicata) un ragazzo, che mi pare si chiamasse Rocco Girasole, era stato ucciso dalla polizia durante uno sciopero di disoccupati.

Di quel periodo ricordo tante cose, quelle fondamentali per la mia formazione, e tra loro anche che a Partinico feci un po' di scuola serale a ex banditi della banda Giuliano man mano che uscivano dal carcere (Montelepre dista 8 chilometri da Partinico, molti di loro erano partinicesi) e conobbi degli straordinari militanti di base socialisti e comunisti e alcuni giovani sindacalisti non molto alfabetizzati. Grazie a Danilo conobbi anche, a Sciara, la madre di Salvatore Carnevale, e a Corleone il padre di Placido Rizzotto, ammazzati dalla mafia.

Il lavoro di Danilo va insomma inquadrato in un contesto di iniziative e di lotte più vasto, meridionale e nazionale, e in riferimento ad altri grandi militanti e intellettuali del tempo, in Sicilia e altrove i «meridionalisti» (Giuseppe Di Vittorio, Carlo Levi, Rocco Scotellaro e Rocco Mazzarone), Manlio Rossi-Doria, gli olivettiani di Matera, Tommaso Fiore a Bari, i giornalisti di «L'ora» di Palermo, Ernesto de Martino, Vittorio de Seta, e tra Sud e Nord Raniero Panzieri e i «Quaderni rossi», e a Roma la scuola del «Cepas» e il gruppo attorno ad Angela Zucconi del «progetto pilota» di sviluppo di comunità dell'alto Abruzzo, l'Associazione di Silone, e Guido e Maria Calogero, e riviste come «Nuovi Argomenti» e «Tempo presente», e un settimanale come «Il mondo» di Pannunzio, e quel che restava del «giro» di Ernesto Buonaiuti soprattutto intorno a Arturo Carlo Jemolo, e i comunisti Dina Jovine e Lucio Lombardo Radice con la rivista «Riforma della scuola», e a Firenze Piero Calamandrei e «Il ponte», Romano Bilenchi e «Il nuovo corriere», un sindaco come Giorgio La Pira, e don Lorenzo Milani e don Facibene, e ancora in Toscana Luciano Bianciardi e Carlo Cassola, e a Torino il giro di amici di Ada Gobetti e Bianca Guidetti-Serra, di Antonicelli e Norberto Bobbio, e ancora al nord Danilo Montaldi e i cremonesi, e molti dell'Umanitaria a Milano, e in giro per la penisola i maestri del Movimento di cooperazione educativa e dell'Unione lotta contro l'analfabetismo, eccetera, eccetera. Una «rete» che lambiva in qualche modo anche la politica ufficiale, grazie ai Ferruccio Parri, ai Lelio Basso, a tanti comunisti soprattutto i meno condizionati da Mosca.

#### *Chi sono (e perché) i tuoi maestri?*

Ne dichiaro a ragion veduta quelli dai quali credo di avere imparato di più, e dopo Danilo Dolci e Aldo Capitini e, su un fronte più «marxista» e «operaio» Raniero Panzieri, si tratta soprattutto di donne, Ada Gobetti e Angela Zucconi, Gigliola Venturi e le maestre del Movimento di cooperazione educativa (MCE), più tardi due immense scrittrici e pensatrici come Elsa Morante e Anna Maria Ortese; ma con loro vorrei ricordare gli ultimi e più veri «pedagogisti» (nel senso dell'educazione civica) che l'Italia abbia avuto, don Lorenzo Milani, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia – dai quali confesso di avere molto più da imparare che dai «marxisti», anche di quelli che si consideravano i più puri. Dell'area dei «Quaderni piacentini», con Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, forse qualcosa sono riuscito a imparare da poeti e scrittori come Paolo Volponi e Vincenzo Consolo, Vittorio Sereni e Giovanni Giudici, Andrea Zanzotto e Fernando Bandini, e da un grande psicanalista libertario come Elvio Fachinelli – insomma i poco o niente «marxisti». (Fu Elvio a correggere uno di noi che parlava in una riunione di un nostro «marxismo critico» dicendo giustamente che «se è marxismo, non è critico»). Ma non vorrei dimenticare i francesi – gli amici del «reseau Jeanson» e i redattori di «Positif» eccetera – e i registi cinematografici che più ho amato e che ho avuto modo di conoscere, Luis Buñuel e Fritz Lang (e ci aggiungerei Robert Bresson; e in Italia Federico Fellini e, ovviamente, Carmelo Bene amico e maestro). Quanta fortuna ho avuto, nella vita!

So di avere imparato molto o moltissimo da dei coetanei o quasi, Grazia Fresco, Grazia Cherchi, Piergiorgio Bellocchio, Vittorio Rieser, Dario e Liliana Lanzardo, Marcello Benfante, Franco Maresco, Lorenzo Barbera, Alberto L'Abate, Francesco Ciafaloni, Carlo Donolo, Mariuccia Salvati, Paul-Louis Thirard, Paolo Gobetti, Luca Baranelli, Alfonso Berardinelli, Giancarlo Gaeta, Amedeo Bertolo, Maria Concetta Sala, Lucia e Cinquia Mastrodomenico, Peppe Carini, Giampiero Brega, Beppe Gozzini, Paola Costa, Gianluigi Castelli, eccetera, eccetera, eccetera. E dai bambini, da quelli di Palermo e di Napoli, poverissimi e maestri nell'arte della sopravvivenza e della solidarietà. (Un libro che ho conservato negli anni, di Caroline Pratt, una maestra statunitense degli anni trenta-quaranta, si intitolava «Imparo dai bambini», ed è tra quelli che mi sono rimasti più cari).

*Questa lista apparentemente lunga di nomi di persone che hai incontrato, con le quali hai condiviso momenti e tempi significativi, persone che rappresentano sensibilità diverse ma autenticamente libertarie, può apparire uno sterile elenco. In realtà credo sia giusto cogliere come già nell'Italia del secondo dopoguerra esistesse un milieu culturale che, seppur minoritario, testimoniava e agiva con spirito laico e libertario. Minoranze all'interno di una società, quella italiana, fortemente condizionata da due chiese (cattolica e marxista) che si cercheranno e si uniranno in quell'aggregazione catto-comunista che ha egemonizzato la cultura italiana e ha impedito a questo paese di trovare una propria autonomia laica e veramente progressista nella forma di un socialismo libertario e non autoritario.*

*Dagli anni settanta ti sei impegnato (anche oggi) a editare importanti riviste culturali e politiche («Quaderni Piacentini», «Linea d'ombra», «La terra vista dalla luna», «Ombre rosse», «Lo straniero», «Gli asini», ecc.). Evidentemente hai sempre ritenuto il mezzo della rivista stampata uno strumento fondamentale per promuovere una cultura del dissenso. Che ne pensi oggi in un'epoca invasa da altri mezzi di comunicazione o meglio di disinformazione?*

Ho purtroppo abbandonato il lavoro che mi piaceva di più e da cui ho ricavato le migliori esperienze e soddisfazioni, quello con i bambini, e anche, dopo la Torino dei «Quaderni rossi» e degli immigrati, delle grandi lotte operaie, sono diventato «un intellettuale» e me ne vergogno. Potessi tornare indietro, non lo rifarei… Ma l'aspetto migliore di questa nuova e secondaria vita è stato il tentativo di legare tra loro esperienze e persone anche disparate attraverso il lavoro delle riviste – che non sono mai state specialistiche ma aperte a esperienze e competenze diverse, a regioni diverse, a età diverse, secondo un'idea di apertura che ho appreso soprattutto da Aldo Capitini. Oggi, mentre diffido sempre più degli specialismi e dei conseguenti narcisismi (e dei professori universitari!), guardo però con attenzione a piccoli gruppi locali che cercano di studiare, pensare, fare, per esempio a riviste locali come «Malamente» nelle Marche o «Scorci» in Sicilia. O «Semi sotto la neve»! Il piccolo gruppo purché attivo e non chiacchierone o, peggio, strumento di affermazioni personali, è una delle poche cose che oggi vanno davvero sostenute e propagandate. I nemici principali, sia chiaro, sono oggi le banche e internet.

*Goffredo Fofi, lo si coglie anche in questa conversazione, ci rende consapevoli del significato concreto dell'essere minoranza, ma ci incoraggia a riflettere da un lato ma ad agire dall'altro. Ci mette in guardia dal pericolo del narcisismo (uno dei suoi autori preferiti è quel Christopher Lasch che sul narcisismo ha scritto pagine illuminanti) e dalle derive che esso produce in una società come la nostra. Ci dimostra come sia oggi più che mai necessario ricostruire una cultura laica, socialista, libertaria che sappia nutrirsi delle intuizioni di un attualizzato pensiero anarchico. Fofi, quando denuncia la cultura dello spettacolo, quell'ostentata e superficiale produzione e manifestazione culturale che oggi rappresenta spesso solo una logica performante ed economica, quando smaschera gli intellettuali di professione e da talk show, quando ci indica come indispensabile e imprescindibile il lavoro di tessitura e di raccordo tra esperienze prefigurative e pensiero critico, rappresenta sicuramente una figura che con piacere annoveriamo tra i nostri maestri.*

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