# Colin Ward (1924-2010)


«Come si reagirebbe alla scoperta che la società in cui si vorrebbe realmente vivere c'è già […] se non si tiene conto, ovviamente, di qualche piccolo guaio come sfruttamento, guerra, dittatura e gente che muore di fame? […] Una società anarchica, una società che si organizza senza autorità, esiste da sempre, come un seme sotto la neve, sepolta sotto il peso dello Stato e della burocrazia, del capitalismo e dei suoi sprechi, del privilegio e delle ingiustizie, del nazionalismo e delle sue lealtà suicide, delle religioni e delle loro superstizioni e separazioni».

In questa citazione (*Anarchia come organizzazione*) è compendiato in maniera esemplare l'approccio di Colin Ward all'anarchismo. L'intento è quello di dimostrare che l'anarchia non è una visione, basata su congetture, di una società futura, quanto piuttosto un modo del tutto umano di organizzarsi, ben radicato da sempre nella concreta esperienza della vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle.

Le principali influenze culturali (non le uniche ovviamente) verso le quali si sente debitore, ce le ricorda egli stesso, e sono quelle di William Godwin e Mary Wollstonecraft per l'educazione, Alexander Herzen per la politica, Peter Kropotkin per l'economia, Martin Buber per la sociologia, William Richard Lethaby e Walter Segal per l'architettura, Patrick Geddes e Paul Goodman per la pianificazione urbanistica. Ward dimostra nei suoi scritti quanto importante sia utilizzare in senso antiautoritario studi, idee, ricerche, visioni che non provengono dal pensiero anarchico ma che possono trovare in ambito libertario una loro specifica utilità. I suoi molteplici interlocutori testimoniano la varietà dei suoi interessi che hanno impegnato le fasi della sua vita professionale e relazionale.

Fin dal 1961 (*Anarchism and Respectability, Freedom*) pone a se stesso ma anche agli anarchici una domanda: in quanto libertari, siamo sufficientemente «rispettabili», la qualità delle nostre idee e proposte sono meritevoli di rispetto, suggeriscono cioè soluzioni concrete antiautoritarie ai problemi del vivere sociale, e sono da preferirsi a quelle autoritarie?

Questa domanda è tutt'ora cogente e per me inevitabile. Capovolta la concezione classica e ottocentesca dell'anarchismo come movimento rivoluzionario che pensa alla rivoluzione come un evento storico in grado di creare una società diversa, per sostituirvi un'idea di anarchia come organizzazione sociale che già esiste, seppur in modo incompleto, qui e ora, come rendere «rispettabili» le nostre idee nella concretezza del nostro agire?

Innanzitutto Ward riprende da Alexander Herzen l'idea che una meta infinitamente lontana, non è una meta ma un'esca, un inganno; una meta deve essere più vicina, e concreta. E assume come propria la convinzione di Paul Goodman secondo cui il prevalere di una soluzione libertaria o autoritaria non è, il risultato di uno scontro definitivo di proporzioni cosmiche, ma è piuttosto determinato da una serie di round consecutivi, senza vincitori né vinti nella maggior parte dei casi, che si sono susseguiti, e continuano a verificarsi, nel corso della storia umana. Ogni società, se si escludono le più autoritarie e le distopie, è una società pluralistica, con vaste aree che non sono in conformità con i valori ufficialmente imposti o sbandierati. E la soluzione che egli prefigura è ben espressa nella convinzione che «l'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa». Inoltre assume la riflessione di Landauer secondo la quale «lo Stato non è qualcosa che può essere distrutto attraverso una

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rivoluzione, ma è una condizione, un certo tipo di rapporto tra gli esseri umani, un tipo di comportamento; lo possiamo distruggere creando altri rapporti, comportandoci in modo diverso». Ward sottolinea che lo Stato è come una sorta di abdicazione della società nei confronti della Politica, è potere non utilizzato. Questo surplus politico costituisce la principale fonte di depauperamento della società. Arriva a questa conclusione grazie alle idee espresse a tale proposito da Martin Buber (*Society and the State*, 1950).

Il milieu anarchico e libertario nel quale egli matura le sue idee e sviluppa la sua azione è costituito da un gruppo di intellettuali con i quali interagisce e di cui utilizza la collaborazione soprattutto nella rivista da lui fondata e diretta «Anarchy». Si instaurano una serie di rapporti anche personali che producono una sinergia intellettuale, che rappresenta quanto di meglio si potesse pensare per rielaborare le teorie anarchiche e applicarle alla società contemporanea, secondo questa metodologia da lui sperimentata ampiamente. Figure come George Woodcock, Herbert Read, Alex Confort, Nicolas Walter, Geoffrey Ostergaard, George Orwell, Dwight Macdonald (per ricordare solo i più stretti), divengono interlocutori privilegiati di Ward assieme all'immancabile Paul Goodman, a Michael Young, agli statunitensi Noam Chomsky e Murray Bookchin (già meno stretti). Infine occorre ricordare che egli si è spesso misurato con il pensiero di uno dei più grandi pensatori liberali del Novecento, vale a dire con Isaiah Berlin. Tra i classici dell'anarchismo il suo riferimento costante è quello di Pëtr Kropotkin che ispira tutte le sue opere in diversi ambiti soprattutto nelle parti che, a suo giudizio, sono ancora valide e attuali. Colin Ward ha messo alla prova queste sue idee in ambito educativo, sociologico, urbanistico e architettonico, ma anche in territori fino ad allora inediti per un anarchismo tradizionale. Questo anarchismo pragmatico, sperimentalista, induttivo, è il fondamento della lezione wardiana di cui oggi più che mai abbiamo bisogno. Non si tratta né di pragmatismo fine a se stesso né, tantomeno, di un nuovo ideologismo. Appare essere piuttosto una terza via che nella sperimentazione continua acquisisce una sempre maggiore consapevolezza che è, prima di tutto, rielaborazione personale e collettiva. Lo sforzo metodologico di Ward è quello di cercare nella realtà gli esempi e le testimonianze che le soluzioni libertarie sono migliori e più efficaci di quelle autoritarie. Dopo aver dimostrato che l'anarchismo è una teoria dell'organizzazione, egli si sforza, riprendendo l'insegnamento malatestiano, di farci capire che tutto questo non può prescindere da un atto di libera volontà, vale a dire che l'anarchismo non può esistere se non accompagna le sue risultanze organizzative con un'etica libertaria fondata sulla autodeterminazione individuale e sociale. Colin Ward impiega il suo talento particolare per capire e spiegare il modo in cui operano i principi anarchici di aiuto reciproco e cooperazione nell'agire quotidiano e nelle varie situazioni, dai campi da gioco alle scuole, dagli ospedali ai luoghi di lavoro, dalle forme spontanee e autogestite di produzione e di consumo all'organizzazione dei trasporti, ecc. Era determinato a esorcizzare l'immagine dell'anarchico ingenuo utopista o fosco lanciatore di bombe, affermando il profondo radicamento concreto nella vita di tutti i giorni delle istanze antiautoritarie.

Questa visione dell'anarchismo lascia davanti a noi uno spazio enorme di possibilità ma anche evidenti sfide. Come coniugare una visione utopica (necessaria per contrastare l'immaginario sociale dominante) e un serio e credibile programma di azioni e soluzioni concrete (rispettabili)? In che modo l'abbandono della visione rivoluzionaria classica a favore della dimensione della rivolta come condizione continua individuale e sociale può essere davvero fondamentale per chi comunque si pone in una prospettiva di cambiamento radicale della società? A mio parere leggere e discutere oggi i testi di Colin Ward può essere indispensabile per approfondire un'agenda concreta che eviti almeno un po' il pericolo di lasciare l'anarchismo contemporaneo in una triste condizione di marginalità. Questa postura ci aiuta a capire come Ward sia anarchico nonostante il proprio scetticismo circa la possibilità di costruire una «società anarchica». Egli è un anarchico «in senso normativo, ovvero sostiene che il criterio etico chiave per giudicare i meriti delle varie società sta nella misura in cui sono anarchiche. Il che non comporta la convinzione che una società possa verosimilmente essere del tutto anarchica, o che sia possibile che lo diventi» (White 2007). Tutto questo perché «l'anarchismo, in tutte le sue forme, è una affermazione della dignità e della responsabilità degli esseri umani. Non è un programma di mutamenti politici, ma un atto di autodeterminazione sociale» (*Anarchia come organizzazione*).

## Bibliografia essenziale in italiano di Colin Ward

*Anarchia come organizzazione*, elèuthera, Milano, varie edizioni;

*L’anarchia*, elèuthera, Milano, varie edizioni;

*Architettura del dissenso* (a cura di Giacomo Borella), elèuthera, Milano,
2016;

*L’educazione incidentale* (a cura di Francesco Codello), elèuthera, Milano,
2018;

*Dopo l’automobile*, elèuthera, Milano, 2012;

*Acqua e comunità*, elèuthera, Milano, 2011;

*Lo sguardo anarchico* (a cura di David Goodway), elèuthera, Milano, 2021;

*La città dei ricchi e la città dei poveri*, Roma, e/o, 1998.

## Su Colin Ward

S. WHITE, *Un anarchismo rispettabile?*, Bollettino Archivio Pinelli, n. 30,
Milano, 2007;

F. CODELLO, *Il seme sotto la neve*, in: Libertaria, Milano, anno 12 numero
1-2, gennaio/giugno 2010;

*Sotto la neve. L’anarchismo di Colin Ward*, (a cura di F. Codello), in: A
Rivista anarchica, Milano, a. 50 n. 6, Estate 2020.

