{"title":"Sul concetto di prefigurazione in ambito anarchico","date":"2022-02-01","autori":["Tomás Ibáñez"],"numero":"1","sezione":"Internazionale","pagina":77,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/01-prefigurazione-in-ambito-anarchico/","content":"\nDa quando Carl Boggs nel 1977 utilizzò il termine «prefigurativo» per indicare un determinato tipo di pratica politica associata alle correnti consiliariste e anarchiche, il suo uso si è progressivamente ampliato, sia nelle analisi dei nuovi movimenti sociali che all'interno dei collettivi della sinistra radicale, e soprattutto nel movimento anarchico (Boggs 1977). Si è esteso fino al punto di diventare, come scrive Ruth Kinna in un suo recente articolo (Kinna 2021), «un concetto centrale del pensiero anarchico contemporaneo» e occupare un posto fondamentale «nella letteratura anarchica contemporanea». Anche altri autori segnalano l'importanza che ha acquisito il concetto di prefigurazione. Ad esempio, Luke Yates, nell'analizzare la diffusione del termine nei nuovi movimenti sociali di fine XX secolo e inizio del XXI, sottolinea che «dopo Boggs la politica prefigurativa è stata strettamente associata all'anarchismo» (Yates 2015). Questa associazione mi porta a supporre che l'espansione del concetto di politica prefigurativa nei nuovi movimenti sociali è probabilmente uno dei fattori che, come correttamente hanno notato Uri Gordon e Ruth Kinna, hanno contribuito a far sì che l'anarchismo uscisse dall'ombra e diventasse il cuore pulsante nelle reti della sinistra radicale contemporanea.\n\nDetto questo, l'affermazione di Ruth Kinna sulla centralità del concetto di prefigurazione nella letteratura anarchica può causare una certa sorpresa nell'ambito anarchico non anglofono, specialmente in Francia, dove l'uso di questo termine è decisamente raro. Chiedendoci il motivo di questa enorme differenza nell'uso del termine prefigurativo, possiamo cadere nella tentazione di considerarla una semplice questione lessicale, dato che sia i discorsi che le altre pratiche anarchiche, senza arrivare a essere identiche, non mostrano differenze sostanziali nei diversi ambiti geolinguistici dove si svolgono. Questa spiegazione, che attribuisce la differenza di utilizzo al contesto culturale e linguistico, suggerirebbe che il concetto rappresentato da questo termine probabilmente è presente in tutti gli spazi identificabili come anarchici senza eccezioni, anche se appare con questa precisa denominazione solo in alcuni di essi. Si tratta di un'ipotesi avallata dal vincolo che Kinna individua tra prefigurazione e utopia perché, evidentemente, sia l'importanza concessa all'utopia sia l'esigenza di un accordo tra mezzi e fini che si trova nel cuore della politica prefigurativa rappresentano due elementi che occupano un posto centrale nel *corpus* dell'anarchismo, indipendentemente dalle peculiarità idiomatiche e dai contesti geoculturali. E quindi non sarebbe tanto il termine prefigurazione a essere centrale nel discorso anarchico, bensì il suo contenuto concettuale, inteso in diversi modi in contesti culturali differenti.\n\nOvviamente, la domanda è se l'apparizione e l'uso del termine prefigurazione introduca qualche novità nel pensiero e nella pratica anarchica, o se essa costituisca, semplicemente, solo un aggiornamento lessicale di un vecchio principio che ha accompagnato l'anarchismo dai suoi inizi. In questo secondo caso, la modificazione linguistica rappresenterebbe solo una discontinuità superficiale in un quadro di continuità sostanziale: ciò non farebbe altro che esprimere l'antica esigenza anarchica di coerenza tra fini e mezzi. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo analizzare un concetto che, lungi dall'essere unidimensionale, presenta diversi aspetti, uno dei quali rimanda al carattere immediatamente costruttivo delle politiche prefigurative, dato che esse si propongono di mettere in pratica oggi stesso, senza aspettare grandi cambiamenti, le forme di vita che si vorrebbero generalizzate in un futuro privo di sfruttamento e dominio. Elemento che ci ricollega, come vedremo, alla questione delle utopie, concrete o meno. Un altro aspetto si riferisce all'inclusione dei fini perseguiti nel modo di azione proprio delle politiche prefigurative, seguendo il principio che le pratiche sviluppate devono essere coerenti con i fini che li animano. Inizierò da questo tema, dato che la questione della relazione tra mezzi e fini è molto più complessa di quel che può sembrare.\n\n## I fini, i mezzi, i valori\n\nOltre all'antico principio morale secondo il quale il fine non giustifica i mezzi, le politiche prefigurative esigono che le azioni sviluppate, e anche le realizzazioni effettuate, siano coerenti con i fini perseguiti, o, almeno, che non li contraddicano.\n\nQuest'esigenza si giustifica generalmente con un'argomentazione di tipo consequenzialista, come quando si sostiene che «un'azione che contraddice quel principio di coerenza manca di efficacia per raggiungere i fini perseguiti o addirittura impedisce di raggiungerli». In questo modo si argomenta, per esempio, che se il nostro fine è massimizzare la libertà, non è possibile raggiungerla mediante pratiche che neghino o limitino la libertà; o anche, per fare un altro esempio nell'ambito del femminismo, si sostiene che non possiamo lottare per abbattere il capitalismo utilizzando un linguaggio sessista, per esempio di carattere non inclusivo, perché questo rinforza automaticamente ciò contro cui vogliamo lottare. Dunque, questa stessa esigenza di coerenza tra fini e mezzi si può argomentare anche da un punto di vista puramente assiologico, spiegando che essa poggia direttamente sui valori che sono serviti per formare i fini perseguiti, come accade proprio nell'anarchismo. Infatti una stessa proposta che preveda il rifiuto dei mezzi che contraddicono i fini, cambia completamente di senso quando la sua argomentazione si basa sul fatto che quei mezzi non ci permettono di raggiungere i nostri fini (consequenzialismo), rispetto al caso in cui la sua argomentazione risulti semplicemente dai nostri valori (assiologia). In questo modo, riprendendo gli esempi precedenti, risulta che, da un punto di vista assiologico, il rifiuto delle pratiche che limitano la libertà non è dovuto alla difficoltà o all'impossibilità di raggiungere la libertà, ma al fatto che esse contraddicono direttamente i nostri stessi valori che fanno della libertà un bene imprescindibile. Allo stesso modo, si rifiuta il linguaggio sessista non perché quel linguaggio non aiuti ad abbattere il patriarcato, ma perché trasmette valori (patriarcali, in questo caso) che si oppongono direttamente a quelli che difendiamo.\n\nOltre all'esigenza di una coerenza tra fini e mezzi, il concetto di prefigurazione punta anche all'unità tra questi due elementi. Ciò equivale ad affermare la loro inseparabilità, come voleva a inizio del secolo scorso il gran filosofo pragmatista John Dewey, che vedeva tra questi due elementi una relazione di determinazione reciproca. Dewey affermava che nella vita quotidiana costruiamo i nostri fini in funzione dei mezzi che adottiamo nelle situazioni in cui ci troviamo, e allo stesso tempo adottiamo questi mezzi in funzione dei fini che ci motivano. Questo significa che i nostri fini sono determinati dai mezzi che adottiamo per raggiungerli, e allo stesso tempo i mezzi prendono forma come tali in funzione dei fini che perseguiamo. Si tratta di una relazione irrimediabilmente circolare, una specie di circolo virtuoso che stabilisce una continuità e un'unità indissolubile tra mezzi e fini, invece di presupporre una dicotomia che poi viene superata.\n\nIl carattere indissolubile del vincolo tra fini e mezzi che stabilisce il concetto di prefigurazione trova un'eccellente illustrazione nel concetto di autonomia teorizzato da Cornelius Castoriadis, poiché l'autonomia è una meta che si raggiunge solo mettendo in pratica proprio ciò in cui la meta consiste, visto che qualunque altro modo di perseguirla sarebbe eteronoma e quindi antinomica alla stessa autonomia. Quello in cui consiste l'autonomia come meta da raggiungere è già necessariamente parte di ciò che l'autonomia come pratica fa per raggiungerla, c'è una perfetta indistinzione tra ciò a cui si mira e ciò che si indica. Certamente argomentare che l'autonomia esiste solo mentre si esercita non contraddice in assoluto il fatto che l'autonomia possa anche esistere fuori dal suo esercizio, e questo è esattamente ciò che succede nell'ambito del pensiero quando si tratta un concetto identificabile indipendentemente da qualunque esercizio concreto di autonomia. Ebbene, lasciando da parte questo piano puramente concettuale, l'autonomia si manifesta come fenomeno sociale identificabile solo se può esistere nel e attraverso il suo esercizio, perché risiede solo nelle pratiche che sfuggono a qualunque direttrice esterna.\n\nCi sono altri aspetti della relazione tra fini e mezzi così come li intende la prefigurazione che meritano una riflessione, ma qui mi riferirò solo a due di loro. Da una parte, il concetto di prefigurazione implica non solo che le pratiche debbano essere coerenti con i fini, ma anche che debbano concretizzare quei fini nel presente, anche se in forma diffusa o approssimata, sia mediante la forma che hanno preso azioni che si sono sviluppate, sia nelle caratteristiche delle realizzazioni effettuate.\n\nDall'altra, la dimensione generativa che, secondo Uri Gordon, è uno delle componenti della prefigurazione, sottolinea ancora di più l'importanza della concordanza tra le nostre pratiche presenti e i nostri obiettivi, perché questa dimensione si riferisce al fatto che le pratiche prefigurative generano effetti che influiscono sul futuro cercando di apportarvi delle caratteristiche che provengono dagli effetti che queste pratiche già producono nel presente.\n\nPer concludere con questo tema, segnaliamo che il fatto che fini e mezzi coincidano non pregiudica la natura dei mezzi, che possono essere meritevoli o perfettamente ripugnanti, né il contenuto o il valore dei fini, che possono essere lodevoli o totalmente indegni, e questo significa che non possiamo assolutamente identificare qualcosa di prefigurativo come positivo in sé. Questo può darci un primo segnale di allarme sulla connotazione sistematicamente positiva delle espressioni politiche prefigurative e sulla seduzione acritica che questa espressione può risvegliare; vedremo più avanti che ci sono altri segnali di allarme che puntano nella stessa direzione. Risulta infatti che la prefigurazione di tipo libertario non è una prefigurazione qualunque, ma è quella che è legata a certi fini ben determinati e a certi mezzi, coerenti con questi fini. Nel nostro caso, si tratta di articolare politiche che riassumano in modo esemplare determinati valori, cosa che ci rimanda di nuovo all'esigenza assiologica. È questa esigenza che ci spinge a volere che fini e mezzi si fondino in un'unità. Il fatto che i fini siano già inclusi nei nostri mezzi e che i mezzi formino parte dei nostri fini risponde al fatto che sono i nostri valori ad esigere quest'unità, più che considerazioni di carattere consequenzialista. Passiamo ora al secondo aspetto della prefigurazione che tratterò qui, e che non è altro che la dimensione utopica di cui è impregnata, elemento che Ruth Kinna tratta magnificamente nel suo articolo.\n\n## Utopia e valori performativi\n\n La cattiva fama di cui soffre l'utopia in buona parte dell'opinione politica si deve senza dubbio a un doppio motivo. Da una parte i sostenitori del socialismo scientifico l'hanno accusata di promuovere una certo immobilismo politico, poiché favorirebbe l'evasione dalla realtà e incoraggerebbe una svolta verso l'immaginazione, che spinge a sognare invece che ad agire. Dall'altra, il tentativo degli attori politici di forzare le strutture sociali verso la forma stabilita dall'utopia, come ideale da raggiungere, viene presentato come qualcosa che conduce a regimi totalitari, specialmente dalla destra, ma non solo. Di fronte a questa cattiva fama, dobbiamo solo essere contenti degli sforzi di certi marxisti come Ernst Bloch volti a riscattare l'immagine dell'utopia presentando alcuni esempi, definiti di utopie concrete, in cui si anticipano delle possibilità che possono perfettamente concretizzarsi se si lavora in questo senso (Bloch 1918). Questo riconoscimento di certe forme di utopia come autentiche forze di trasformazione del mondo ritrova, sia pure impoverendola, la visione dell'utopia che la maggior parte dell'anarchismo ha sempre mantenuto, vale a dire un principio che attiva e dinamizza il rifiuto radicale del mondo che ci viene imposto e, allo stesso tempo, traccia i contorni di ciò che desideriamo, o almeno dichiara i valori su cui ci vogliamo basare.\n\nDi fronte alle utopie concrete di Bloch, la ricchezza di certe concezioni anarchiche dell'utopia è evidente. Vale la pena ricordare che per pensatori come Gustav Landauer le utopie capaci di trasformare il presente, lungi dal rimanere ancorate per l'eternità nel cielo delle idee, sono necessariamente utopie in movimento, destinate a non cristallizzarsi mai, perché allora smetterebbero di essere utopie, per trasformarsi in topie. Infatti, l'inseparabilità che Landauer stabilisce tra le utopie che si inseriscono nel presente e le topie fa in modo che le utopie siano sempre un processo in divenire, allo stesso modo delle realtà nelle quali avvengono.\n\nDal mio punto di vista, il concetto di politiche prefigurative non implica il tentativo di portare nel presente, di «concretizzare» direbbero alcuni, uno stato di cose definito e delineato, o semplicemente abbozzato e suggerito, dell'una o dell'altra utopia, bensì di mettere in pratica il più possibile nel presente, qui ed ora, i valori su cui si basa l'utopia. E quindi, è in quanto dispositivo per illustrare e trasmettere questi valori che l'utopia può ispirare l'azione rivoluzionaria, nel senso rinnovato del termine rivoluzione. Prendendo le distanze dalle utopie del passato, che descrivevano al millimetro un mondo da sogno, le utopie contemporanee prendono la forma di un'utopia che è pienamente cosciente di essere solo un incentivo per la lotta, e di offrire solo una mappa di navigazione vaga e imprecisa sulla quale bisogna inventare le rotte e non seguirle. Utopie che possono addirittura formarsi durante un processo di lotta, senza per forza venire da rappresentazioni preformate, come segnala Saul Newman (2011).\n\nSe le utopie contemporanee continuano a puntare al futuro è solo come semplice orientamento per costruire attivamente il presente, poiché non riusciremo mai a toccare con mano le nostre utopie se non le ancoriamo con fermezza al presente, perché possano dimostrare immediatamente la loro validità. Le utopie contemporanee non si riferiscono a un modello di società ideale, costituiscono invece un giacimento di valori del quale ci nutriamo per configurare tipi di relazioni sociali e bozze di società caratterizzate dalla diversità e non dall'uniforme conformità a un modello prestabilito. Questa forma di concepire l'utopia enfatizza la dimensione costruttiva che la caratterizza e che si trova sia nelle politiche prefigurative in generale che nell'anarchismo in particolare. Questa dimensione mi porta a suggerire l'espressione utopie performative per indicare le utopie che agiscono sulla realtà trasformandola solo grazie alla loro esistenza e alla loro forza motivazionale che ispira l'azione.\n\nInfatti, oltre a offrire ragioni e mezzi per lottare, l'anarchismo deve offrire anche ragioni per vivere in un altro modo e mezzi per costruire una vita diversa. Dal mio punto di vista, è proprio in questa capacità costruttiva, che costituisce una delle dimensioni della politica prefigurativa, che l'anarchismo trova un punto di appoggio fondamentale per promuovere sensibilità ribelli nella gioventù attuale e per incitarla a strappare spazi al sistema stabilendo forme di vita più soddisfacenti di quelle che offre il mercantilismo consumista. Parafrasando un testo del 2004 di David Graeber, che considero fondamentale e la cui conclusione si intitola *Politica prefigurativa*, potremmo dire che una cosa è pensare l'utopia (per esempio che un altro mondo è possibile), e una molto diversa è viverla realmente, anche se per poco tempo (per esempio realizzare questa possibilità nel presente). Questo può succedere durante episodi di lotta, come ad esempio Occupy Wall Street, o in forma più continuativa in spazi autogestiti che ricordano la ricca tradizione dei «luoghi di vita» anarchici dell'inizio del secolo scorso (Graeber 2004).\n\n## Appunti conclusivi\n\nL'irruzione del termine prefigurazione in una parte importante del discorso anarchico contemporaneo rappresenta un mix di continuità di fondo legata, tra gli altri principi, all'unità di mezzi e fini, e di una discontinuità di superficie basata su un cambiamento linguistico. Nessuno di questi due elementi lascia la situazione inalterata, soprattutto perché in questo caso concreto il fondo e la superficie sono in una relazione di interdipendenza.\n\nIn conclusione, l'apparizione del termine prefigurazione contribuisce a spingere l'anarchismo sulla via del rinnovamento, cosa che può essere solo positiva e probabilmente non è un caso che questo termine sia germogliato nel contesto anarchico anglosassone aperto al post-strutturalismo e al post-anarchismo.\n\nUn altro di questi effetti è che le differenze di vocabolario producono differenze a volte minime e a volte più importanti nell'ambito semantico, avendo quindi ripercussioni nell'ambito concettuale. Allo stesso modo in cui parlare di pazzia non equivale a parlare di malattia mentale, è probabile che parlare di prefigurazione invece che di coerenza tra fini e mezzi introduca qualche modifica concettuale. Di conseguenza, risulta che la continuità di fondo non consiste nella semplice conservazione ma nel rinnovamento; dipende se vogliamo una continuità di fondo inequivoca, o una continuità in movimento.\n\nCome nel caso del linguaggio di Esopo, e come per quasi tutto, ci sono luci e ombre anche nell'uso del termine prefigurativo. Da una parte la sua espansione fuori dall'ambito esplicitamente anarchico testimonia «lo sciamare» delle sue idee e pratiche che vanno oltre il suo *enclave*, in una specie di impollinazione libertaria dei movimenti antagonisti attuali. Allo stesso modo, la sua diffusione nel seno del movimento anarchico, anche se limitata a certe zone geolinguistiche, è un segno di rinnovamento e di un'apertura al cambiamento che, tuttavia, si preoccupa di non dissolvere le continuità dei principi fondamentali. Tutto ciò, ovviamente, gioca a favore del concetto di prefigurazione e ci stimola a promuoverlo.\n\nD'altra parte il fatto che il concetto di prefigurazione sia carico di alcune connotazioni religiose, come ha sottolineato Uri Gordon in un suo eccellente articolo, ci spinge a farne un uso parco o addirittura ad abbandonarlo (Gordon 2021): Gordon esplora la genealogia di questo termine e mette in rilievo la sua dimensione temporale ma soprattutto il fatto che si tratti di una definizione troppo generica in cui rimane nebulosa sia la natura di ciò che si è prefigurato (quali fini?) sia di ciò che prefigura (quali mezzi?). Credo sia preferibile negli ambiti anarchici pensare in termini di utopie libertarie performative, piuttosto che pensare in termini di politiche prefigurative senza altre specificazioni.\n\nDetto questo, se il dibattito generato intorno al concetto di prefigurazione, intorno alla relazione tra fini e mezzi e circa le caratteristiche dell'utopia contemporanea, contribuisce a situare ancora più chiaramente l'esigenza assiologica nel cuore del discorso anarchico, allora ne sarà valsa la pena; perché è effettivamente il campo dell'etica e dei valori che alla fine risulta decisivo nel farci propendere a favore dell'unità dei fini e dei mezzi, e della rivendicazione dell'utopia.\n\n\u003e Questo articolo è stato tradotto da Valeria Giacomoni; è apparso su «Réfractions. Recherches et expressions anarchistes», Paris, n. 46, printemps 2021, pp. 23-33. Titolo originale: *Variations autour du concept de préfiguration en partant de Ruth Kinna*.\n\n\n## Bibliografia\n\nBOGGS C., *Marxism, Prefigurative Communism and the Problem of Workers Control*, «Radical America», vol 11, n. 6, 1977, pp. 99-122.\n\nBLOCH E., *Spirito dell'utopia* (1918), La Nuova Italia, Firenze, 1964.\n\nCOLSON D., *Petite lexique philosophique de l'anarchisme de Proudhon à Deleuze*, Librairie Générale Francaise, 2001.\n\nGORDON E., *La politique préfiguratrice entre pratique éthique et absence de promesse*, «Réfractions», n. 46, printemps 2021, pp. 35-48.\n\nGRAEBER D., *Frammenti di antropologia anarchica* (2004), elèuthera, Milano, 2011.\n\nGRAEBER D., *The New Anarchists*, «New Left Review», n. 13, 2002.\n\nIBAÑEZ T., *Points de vue sur l'anarchisme (et apercus sur le néo-anarchisme et le postanarchisme)*, «Réfractions», n. 20, printemps 2008, pp. 71-84.\n\nKINNA R., *Utopie et préfiguration*, Réfractions, n. 46, printemps 2021, pp. 7-21.\n\nKINNA R. AND GORDON U., *Routledge Handbook of Radical Politics*, Routledge, 2019.\n\nNEWMAN S., *The Politics of Postanarchism*, Edinburgh University Press, 2011.\n\nYATES L., *Rethinking Prefiguration: Micropolitics and Goals*, «Social Movement Studies», vol. 14, n. 1, 2015, pp. 1-21.\n"}