Percorso di lettura: utopie concrete

In questa sezione presentiamo, attraverso delle brevi recensioni di libri, un percorso di lettura che privilegia alcuni temi che ci interessa approfondire. Iniziamo qui da un nuovo concetto di utopia, che da lontana e irrealizzabile, diventa una proposta concreta da mettere in pratica qui ed ora, ma mai definita e sempre in divenire. Il classico (e purtroppo difficile da trovare) libro di Maria Luisa Berneri (Viaggio attraverso utopia, 1950, edito a Carrara nel 1981 a cura del Movimento Anarchico Italiano) è una bella guida per introdurre il lettore alle utopie storiche e per notare le differenze tra utopie autoritarie e antiautoritarie. In effetti molte utopie, anche le più conosciute, possono essere considerate un mondo ideale per pochi, a spese di altri, e sembrano soffocare la libertà nell’eccessiva progettazione e omologazione.
Negli ultimi anni il concetto di utopia in senso positivo e attuale è stato ripreso da vari autori. Il pensiero più giovane e fresco forse è quello di Rutger Bregman (1988), storico olandese che ha pubblicato negli ultimi anni Utopia per realisti. Come costruire davvero il mondo ideale (Feltrinelli, 2017) e Una nuova storia (non cinica) dell’umanità (Feltrinelli, 2020). Bregman ha il grande merito di riuscire a spaziare in questi saggi tra storia, psicologia, antropologia, archeologia e filosofia, con un messaggio ottimista e un linguaggio molto semplice e adatto a tutti, con riferimenti e consigli sulla nostra vita di tutti i giorni. Il titolo originale del secondo saggio è La maggior parte delle persone è buona, e ci dice molto del suo contenuto. Il discorso filosofico sulla naturale bontà o meno degli esseri umani (Rousseau versus Hobbes), è stato ampiamente affrontato da Francesco Codello ne La condizione umana nel pensiero libertario (elèuthera, 2018), che in un completo excursus storico-filosofico nel pensiero anarchico e libertario ci mostra appunto come non esista un’essenza umana immutabile ma piuttosto una condizione umana, malleabile ed adattabile. È proprio la visione cupa dell’uomo che abbiamo ereditato dalla storia a permettere l’ordine stabilito di oggi: i potenti temono una visione incoraggiante dell’uomo, che può arrangiarsi e organizzarsi, perché a quel punto non avrebbe più bisogno di una guida. Ma se l’uomo non è violento per natura, come si giustificano tutte le guerre? Bregman ci presenta numerosi esempi storici di soldati che non vogliono sparare o che fraternizzano con i nemici: con questo ci ricorda anche che le guerre si vincono sparando da lontano perché la vicinanza e la promiscuità invece creano empatia. L’essere umano è «rispecchiante», ovvero è condizionato dagli umori esterni, dai gesti degli altri, che quindi influiscono sulle nostre azioni. Nel sottolineare quanto ci interessi il parere degli altri, lo storico olandese ci ricorda che siamo l’unico animale sulla Terra che arrossisce. Questa analisi dei comportamenti dell’essere umano in relazione ai suoi simili (ma anche verso l’intera specie animale e anche a quella vegetale) rimanda certamente a concetti espressi nel classico Il mutuo appoggio di Kropotkin (1902, elèuthera, 2021). Bregman fa riferimento storico a uno spartiacque nel modo di relazionarci con gli altri, sancito dal passaggio dalle società nomadi alla stanzialità: con i primi insediamenti sembra aumentare la comodità, ma la produzione di cereali è espansionista per natura e genera un surplus di popolazione che richiede di spostarsi e di colonizzare nuove terre. Cambiano quindi gli equilibri, l’agricoltura e la società complessa portano a recintare i terreni comuni: con la proprietà privata nasce la questione della difesa dei terreni, con la concentrazione della popolazione aumenta la diffusione di malattie. Conseguentemente inizia la possibilità di accumulare, nasce un’organizzazione piramidale, si sviluppa una rete di tributi ecc., producendo una trasformazione delle relazioni con gli altri, da orizzontali e fluide a gerarchiche. Cambia radicalmente anche l’idea di religione poiché per giustificare malattie e carestie si immagina un dio potente e vendicativo che vuole punirci per qualcosa che abbiamo fatto! E nasce l’idea di peccato…
Questo concetto è tratto da James C. Scott in due volumi: Le origini della civiltà. Una controstoria (Einaudi, 2018) e L’arte di non essere governati. Una storia anarchica degli altopiani del Sud-est asiatico (Einaudi, 2020). L’autore sottolinea appunto come la coltivazione di cereali e la sedentarietà siano alla base della nascita dei primi Stati, con tutto l’apparato burocratico che ne consegue. Il titolo originale del primo testo era ben più chiaro rispetto alla traduzione italiana che si è scelta: Against the Grain. A Deep History of the Earliest States (cfr. Contro il grano. Una storia profonda dei primi Stati). La teoria di Scott è che la stanzialità e la coltivazione non sono da considerarsi come un processo inevitabile verso il progresso, ma una scelta di una parte della popolazione, mentre rimangono delle zone (generalmente impervie) in cui le persone scelgono di vivere perché non sono disposte ad accettare le condizioni che quello stile di vita presuppone. La fluidità linguistica ed etnica sono risorse determinanti per l’adattamento a un modo di vivere e a un luogo, testimoniata da una cultura generalmente orale per scelta, dalla capacità di parlare diverse lingue e di non essere classificabile secondo i parametri di un’unica nazionalità.
Queste situazioni chiamate di primitivismo secondario non sono da considerarsi di popoli «rimasti indietro» o nostri «antenati», ma appunto frutto di una scelta consapevole di modi di sussistenza alternativi per non essere incorporati negli Stati vicini. I tentativi di «standardizzazione» dei popoli non statali di solito si fermano ai grandi centri e alle principali vie di commercio in pianura, per questo motivo la dispersione geografica in luoghi impervi aiuta a tenere lo Stato a distanza. Secondo Scott anche le forme di sussistenza e dei legami parentali che comunemente si considerano come determinate dal contesto e dalla cultura possono considerarsi come scelte politiche.
Nella storia dell’umanità, la civiltà stanziale che conosciamo, rappresenta un brevissimo periodo, un 1% della storia dell’uomo. Sia Scott che Bregman ci ricordano che vivere senza Stato è stata la normalità per millenni. Il diffondersi di questa stanzialità è interpretata come il risultato di un’invadente propagazione delle pratiche di un gruppo etnico dominante. Il dominio esercitato attraverso la nascita dello Stato si è poi consolidato e affinato anche grazie alle istituzioni create, come il sistema scolastico e i mezzi di comunicazione, che diffondono una narrazione della storia basata appunto sul progresso positivo che ha portato lo Stato. Questi concetti sono analizzati da Scott ne Lo sguardo dello Stato (elèuthera, 2019). Per capire l’essenza dello Stato dobbiamo invece comprendere anche chi ha scelto di starne fuori, chi deliberatamente sceglie una condizione nomade o comunque fuori dai limiti imposti dallo Stato stesso. La montagna come zona di rifugio per persone che scappano dallo Stato non può non ricordarci ad esempio anche la Resistenza in Italia. Scott fa riferimento anche ad altri spazi, e non solo a zone montuose come ad esempio i nomadi/pirati che vivono su barche nel sud est asiatico in cui è possibile rifiutare la standardizzazione statale.
Troviamo una riflessione fondamentale su questi spazi sottratti al controllo dello stato nel testo di Guido Candela e Antonio Senta La pratica dell’autogestione (elèuthera, 2017: 10): «il senso ultimo del nostro lavoro è una diffusione anti-istituzionale dell’esercizio e dell’uso del potere, cioè: fuori dallo Stato, per conquistare spazi che non si servono dei suoi strumenti; contro lo Stato, per rovesciare le resistenze che può opporre alla diffusione di un’autogestione plurale e federalista».
Un altro testo che insiste su questi concetti è Un paradiso all’inferno (Fandango, 2009) di Rebecca Solnit, che rivendica in chiave moderna la spontaneità della solidarietà e dell’aiuto mutuo nell’essere umano. Qui non si parla solo di spazi recuperati, ma di situazioni, momenti catartici che avvengono in situazioni di emergenza: i sempre più frequenti disastri ambientali oltre ad abbattere, allagare e scoperchiare, rovesciano anche gli ordini costituiti e lasciano spazio alla creazione di nuove forme di socialità. Subito dopo la tempesta scompaiono le differenze sociali, le paure, e ognuno fa la sua parte per aiutare i vicini, come se la collaborazione e non la competizione fosse alla base del nostro DNA. In quella che viene definita «l’utopia del disastro» sembra che l’uomo funzioni come una macchina che, dopo un black out, torna alle impostazioni predefinite: «Queste breve apparizioni, a differenza delle società utopiche lontane nel tempo e nello spazio, ci offrono uno scorcio di ciò che potremmo essere e di ciò che le nostre società potrebbero diventare […]. La porta dei paradisi potenziali di questa nostra epoca si trova all’inferno» (2009: 20) afferma l’autrice in una riuscita metafora. Solnit fa riferimento a molte testimonianze – dal terremoto di San Francisco del 1906 all’uragano Katrina a New Orleans (2005) fino ai nostri giorni. che raccontano della capacità spontanea di mutuo appoggio messa in atto dagli abitanti, nonostante la tragedia in corso. Tutto questo a smentire le narrazioni mediatiche che spesso enfatizzano comportamenti minoritari di sopraffazione e di sciacallaggio. Solnit sottolinea che bisognerebbe lavorare sul prolungare l’effetto catartico, ovvero fare in modo che questo «paradiso» intravisto abbia degli effetti nella ripresa della quotidianità. Le utopie che nascono dai disastri non hanno posto su nessuna mappa, non vengono raccontate (finora), ma potrebbero cambiare lo scenario delle nostre convinzioni, il nostro senso di ciò che è possibile e di ciò che siamo. Questa nostra capacità spontanea di risorgere dalle rovine viene ostacolata dal comportamento della minoranza al potere e dalle rappresentazioni mediatiche che spesso si intrecciano e annebbiano il primo fugace momento di «paradiso». Le persone dopo i disastri dimostrano invece la praticabilità di un sistema decisionale autonomo e decentralizzato.
Per cambiare la nostra prospettiva e costruire dei rapporti orizzontali e basati sulla fiducia, Candela e Senta ci esortano a passare dalla razionalità dell’io alla razionalità del noi, come fa anche Bregman, il quale considera ci sia troppa introspezione, e che un mondo migliore non inizia da me o da te, ma da noi. L’autogestione può essere definita come governo del noi e, in quanto metodo variamente declinabile nella pratica, risulta essere il mezzo adeguato per continuare a sottrarre degli spazi al controllo dello Stato. L’autogestione si avvale dell’utopia come motore per continuare a sperimentare e a mostrarci come sia possibile organizzarsi qui e ora, senza aspettare il sol dell’avvenire. Su questa visione dell’anarchismo propositivo è indispensabile e imprescindibile la lettura del classico libro di Colin Ward, Anarchia come organizzazione (elèuthera, diverse edizioni).
Sull’argomento ricordiamo anche le tesi sostenute da Hakim Bey, nel suo ormai classico TAZ Zone Temporaneamente autonome (Shake, 1991); le riflessioni sviluppate in diversi saggi da David Graeber (Progetto democrazia, Il Saggiatore, 2014; Critica della democrazia occidentale, elèuthera, 2012; Frammenti di antropologia anarchica, elèuthera, 2020; L’utopia pirata di Libertalia, elèuthera, 2020); altri testi di James C. Scott come Elogio dell’anarchismo (elèuthera, 2014) e Il dominio e l’arte della resistenza (elèuthera, 2021); infine i contributi di Stefano Boni, Vivere senza padroni (elèuthera, 2006) e di Hermann Amborn, Il diritto anarchico dei popoli senza Stato (elèuthera, 2021).

