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Non c'è libertà senza responsabilità

Sezione: Approfondimenti
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Nella cultura classica antica e in specie nel mondo romano il confine tra libertà e licenza era assai più chiaro che nella nostra società. A distinguere l’una dall’altra era «l’idea di limitazione e di moderazione», tale per cui la licenza era pensata come una libertà degenerata, non temperata dalla moderazione. E la libertà, di contro, era intesa come una somma di diritti politici che, per sussistere, esigeva come condizione «la rinuncia alle azioni dettate dalla propria volontà egoistica» (Wirszubski 1957: 17-18).

Nella Città antica, tuttavia, la libertà «non era la parola d’ordine dell’individuo che cercava di affermare la propria personalità contro la prevaricatrice autorità della società» (Wirszubski 1957: 17-18). Per tale ragione, la visione della libertà degli antichi, schiacciata sulla sua dimensione «positiva», è inaccettabile nel mondo moderno per coloro che pongono la libertà individuale come un valore irrinunciabile. Come ebbe a rilevare Constant, infatti, la libertà degli antichi coincideva con la partecipazione diretta all’esercizio del potere e la totale identificazione del cittadino con la comunità politica. Niente «era concesso all’indipendenza individuale», in molti ambiti dove viene oggi comunemente esercitata nelle società liberali e democratiche, sicché «l’individuo, sovrano pressoché abitualmente negli affari pubblici», era «schiavo in tutti i suoi rapporti privati» (Constant 2001: 6-7).

Il nucleo centrale della libertà dei moderni è dunque di tipo «negativo» e coincide con un’area di non-interferenza in cui «una persona può agire senza essere ostacolata da altri» e in specie dal potere pubblico (Berlin 2002: 172). L’idea e la pratica della libertà dei moderni, che si sono sviluppate non a caso con la nascita e il consolidamento degli Stati nazionali, delle loro burocrazie, dei loro eserciti, dei loro sempre più implacabili sistemi di regolamentazione e di tassazione, del loro potere centralizzato e separato dalla società, sono legate indissolubilmente al concetto di diritto soggettivo, elaborato in particolare dalle dottrine giusnaturaliste moderne. Si è determinata con ciò quella «rivoluzione copernicana» che ha trasformato i sudditi in cittadini e sancito il primato dei diritti sui doveri, capovolgendo il rapporto dominante nell’età antica e medievale (Bobbio 1997: VII-IX).

Politicamente parlando, le concezioni della libertà che si sono date nella storia sono fondamentalmente queste due: «la libertà positiva» e quella «negativa», in parte sovrapponibili ai concetti di «libertà degli antichi» e «dei moderni» e in parte coincidenti, rispettivamente, con la concezione democratica e quella liberale della libertà. Sebbene siano stati individuati decine di significati della parola libertà, quelli centrali sono proprio i due summenzionati, ai quali possono essere ricondotti molti altri.

L’anarchismo, che ha maturato una delle più ricche e preziose riflessioni sulla libertà nella storia del pensiero umano, che della libertà ha una visione integrale e universale, non ha però elaborato un terzo e nuovo concetto di libertà, distinguibile dall’idea di «libertà negativa» e «positiva» (Ambrosoli 1984: 107). L’anarchismo le ricomprende generosamente entrambe in un’unica visione (bertolo 2017: 81-105), avvertendone la tensione interna, ma non sempre comprendendo la loro compatibilità solo parziale, dovuta al carattere antinomico dei valori ultimi (ancora bobbio 1997: 41).

La visione bakuniniana della libertà, per esempio, afferma qualcosa di veramente innovativo sul tema quando va a individuare le condizioni – cioè l’uguaglianza – che per il fondatore del movimento anarchico rendono possibile la libertà – «io sono veramente libero solo quanto tutti gli esseri che mi circondano, uomini e donne, sono egualmente liberi» (Bakunin 2000: 81) – ma ciò non sembra costituire una nuova definizione o concetto della libertà. Infatti Bakunin, quando cerca di specificare in cosa consista la libertà, la descrive sia in termini «positivi» – la realizzazione di sé, l’autogoverno – sia in termini «negativi» – la libertà dal principio di autorità e da ogni sua manifestazione storica, culturale o politico-sociale (Bakunin 2000: 82 sgg.; Berti 1998: 239). La libertà è un prodotto della storia e dipende dall’emancipazione morale e materiale dell’intera società. La centralità della «libertà negativa» e di tutto ciò che da essa discende in termini di distinzione necessaria tra ambito privato e pubblico, tra sfera personale e sfera sociale, è fuori discussione per ogni teoria politica che ponga la libertà nel novero dei suoi valori centrali di riferimento. Perché, come scriveva Berlin, l’essenza della libertà consiste «nella capacità di scegliere come desideriamo scegliere, per l’unica ragione che questo è il nostro desiderio, senza subire coercizioni o prepotenza, senza venire inghiottiti in un qualche immenso sistema; e nel diritto di essere impopolari, di difendere le nostre convinzioni solo perché sono le nostre convinzioni» (Berlin 2005: 166).

Occorre ricordare che questa libertà – la libertà di pensiero, di stampa, di religione, di associazione, di godere di una sfera privata e di una proprietà sicura – è tutt’oggi negata in parte considerevole del mondo. In paesi come Cina, Iran, Corea del Nord, Venezuela, Cuba, solo per citare alcuni dei casi più eclatanti, i diritti fondamentali della persona che sono espressione del riconoscimento politico-giuridico della «libertà negativa» – e non solo quelli, purtroppo – sono negati, o violati, in maniera molto grave.

Può essere senz’altro opportuno rammentare inoltre che nelle democrazie liberali il godimento dei diritti fondamentali è un dato tutt’altro che acquisito integralmente e per sempre. Negli ultimi anni, il continuo ricorso a legislazioni emergenziali ha limitato, per fronteggiare problemi molto rilevanti, alcuni diritti fondamentali. Ogni espansione del potere pubblico e del suo controllo sulla vita dei cittadini è, in se stessa, potenzialmente o attualmente lesiva delle libertà personali; il che, naturalmente, non significa che non sia purtroppo talvolta necessaria.

Certamente lesive di fondamentali diritti di «libertà negativa», come la libertà di opinione e di espressione, sono poi alcune tendenze culturali, in certi casi estremamente intolleranti, che, consapevolmente o meno, lavorano da anni per imporre una sorta di ideologia del politicamente corretto in vari campi della sfera etica e politica e per negare la legittimità morale ad avere opinioni diverse o dissenzienti e di poterle difendere pubblicamente.

Tuttavia, benché viviamo in un mondo globale, la condizione della libertà non è uguale in tutti i paesi e c’è effettivamente da chiedersi se, in certe espressioni culturali delle società occidentali, non si assista da tempo anche a una pericolosa assolutizzazione dell’idea di libertà personale, che eleva al rango di diritto ogni desiderio e pulsione individuale, a scapito di ogni visione che assegni importanza ai concetti di bene pubblico, di solidarietà sociale, di dovere e di responsabilità civile e politica, percepiti come inutili fastidi o intrusioni indebite nella sfera personale.

Va notato che le due tendenze non sono affatto così contraddittorie come potrebbero in apparenza sembrare, né possono essere sovrapposte alla classica distinzione tra destra e sinistra politica. Accade infatti che l’esaltazione del soggettivismo più estremo rientra nella visione del politicamente corretto e ne costituisce anzi, per alcuni aspetti, un presupposto fondamentale. Così come va ricordato che tra i primi a denunciare queste derive, che sono certamente il prodotto dello sviluppo della società consumista, opulenta e capitalista, sono stati pensatori liberali come Constant e Tocqueville. Esaltatore della libertà dei moderni, nel 1819 Constant osservava con preoccupazione che «il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico», che costituisce una necessaria garanzia per l’esistenza della libertà individuale (Constant 2001: 32). Dal canto suo, cercando di prevedere lo sviluppo della democrazia, Tocqueville, liberale aperto alle istanze democratiche, paventava nel 1840 l’avvento di una società composta da «una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri» (Tocqueville 1999: 732).

Senza in nulla deflettere rispetto alla vigile difesa e promozione dei diritti fondamentali e inviolabili della persona, legati alla «libertà negativa», occorre dunque insistere, contemporaneamente, sulla necessità di tornare a praticare la partecipazione civile e politica – la «libertà positiva» – ed evidenziare il fatto che le società umane degne di essere definite tali sono esistite ed esistono perché, e fintantoché, le persone e i gruppi sociali hanno praticato e praticano, quotidianamente, in forma organizzata o spontanea, la solidarietà reciproca e la cooperazione volontaria. Proprio per questo, oggi, occorre recuperare e far rivivere in nuove forme il sentimento di pietà ed empatia per gli oppressi, gli sfruttati, i deboli e gli emarginati e lavorare attivamente per la loro emancipazione, aspetto che ha costituito per decenni uno degli elementi più vivi dell’idea socialista e ne rappresenta oggi uno dei più importanti lasciti morali.

Perché, appunto, la libertà di tutti è la condizione necessaria per la libertà di ciascuno. Dissociata da ogni senso di responsabilità sociale, la libertà finisce per degenerare in licenza. Disancorati dai rispettivi doveri, i diritti risultano prestazioni che l’individuo pretende dalla società, senza offrirle nulla in cambio. «L’individuo è il principio e il fine di ogni attività»: ma la «solidarietà sociale» è «la condizione della libertà, è la condizione perché tutte le individualità possano pienamente svilupparsi, senza che una opprima e soffochi l’altra» (Malatesta 1975: 55-56).

Bibliografia

AMBROSOLI R., Il traduttore dice la sua, «Volontà», 1, 1984, pp. 106-108.

BAKUNIN M., La libertà degli uguali [1864 e 1870-1871] a cura di G. Berti, elèuthera, Milano, 2000.

BERLIN I., Due concetti di libertà [1958], in Libertà, a cura di H. Hardy, Feltrinelli, Milano, 2000, pp. 169-222.

BERLIN I., La libertà e i suoi traditori [2002], a cura di H. Hardy, Adelphi, Milano, 2005.

BERTI G., Il pensiero anarchico. Dal Settecento al Novecento, Lacaita, Manduria, 1998. BERTOLO A., I fanatici della libertà (1996), in Anarchici e orgogliosi di esserlo, elèuthera, Milano 2017, pp. 81-105.

BOBBIO N., L’età dei diritti (1990), Einaudi, Torino 1997.

CONSTANT B., La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819), a cura di G. Paoletti, Einaudi, Torino, 2001.

MALATESTA E., Intorno all’«individualismo», in Pagine di lotta quotidiana, a cura di G. Cerrito, Movimento Anarchico Italiano, Carrara, 1975, vol. 2, pp. 55-56.

TOCQUEVILLE A. DE , La democrazia in America (1835-1840), a cura di G. Candeloro, Rizzoli, Milano, 1999.

WIRSZUBSKI CH., Libertas. Il concetto politico di libertà a Roma tra Repubblica e impero (1950), Laterza, Bari, 1957.