Libertà o licenza? Libertà sociale e libertà individuale in tempi di crisi
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«Nessuno libera nessuno, non ci si libera da soli, ci si libera insieme, in solidarietà», diceva Paulo Freire (Freire 1971).
In questo tempo pandemico, che da ormai due anni stiamo attraversando, la parola libertà è tra quelle più inflazionate, declinata dalle varie parti a proprio uso e consumo. Questo perché, in fondo, ognuno è libero di pensare ciò che vuole della libertà: tutti dimentichi del fatto che la propria libertà diviene licenza laddove nega irresponsabilmente la libertà dell’altro-da-sé.
La questione della libertà ci interroga da sempre sul nostro stare nel mondo e oggi, in particolare, la pandemia ci ha in qualche modo chiamati a rendere conto di questo. Le misure di contenimento del contagio, il tema dei vaccini, ma anche e sempre più la questione ambientale chiamano in causa la libertà individuale e collettiva e il nostro rapporto col mondo. Possiamo starci con la coscienza ingenua, magica, fatalista di chi non si pone nessun problema, o, quand’anche, considera la realtà immodificabile. Ci possiamo stare con la coscienza di chi considera che il mondo è sì modificabile, ma analizza i problemi in modo semplicistico e deresponsabilizzante; oppure possiamo decidere di abitarlo con la coscienza critica di chi comprende le situazioni limite del vivere oggi e le indaga, senza nessuna subordinazione al pensiero dominante né all’egoismo.
Viviamo oggi in una fase pandemica e, allo stesso tempo, caratterizzata da una crisi ambientale inedita nella sua portata e gravità.
Prendiamo ad esempio una situazione limite, la Lombardia e in particolare la realtà attorno alla città di Brescia.
Quando si parla di primati (negativi) sappiamo che la Lombardia non intende essere seconda a nessuno. Il maggior numero di contagi da Covid-19 si è avuto in questa regione (1.600.000 registrati al gennaio 2022 secondo il CSSE della Johns Hopkins University), dove nella prima ondata della pandemia, si è registrato un incremento dei decessi del 111,8% rispetto allo stesso periodo degli anni 2015-2019 come evidenziato dal rapporto ISTAT sull’impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente1. Nella classifica delle dieci città europee più inquinate, ben tre – Pavia, Brescia e Cremona – sono lombarde, l’ultima ben salda in seconda posizione.
1 Vedi istat.it
Restiamo a Brescia e nella sua provincia. Brescia ospita sul suo territorio l’area della Caffaro, inserita tra i siti di interesse nazionale per il grave inquinamento ambientale da policlorobifenile, noto come PCB, e non solo, dove recentemente sono stati rilevati valori di cromo esavalente e di mercurio ben al di sopra dei parametri di legge, dieci/quindici volte maggiori dell’inquinamento storico nello stesso sito. L’azienda Caffaro Chimica è arrivata a Brescia all’inizio del Novecento e al suo interno sono stati prodotti diversi composti chimici tra cui appunto il PCB del quale si conosceva la pericolosità fin dagli anni Settanta, tanto che nel 1972 in Giappone ne vietò la produzione. Brescia invece non ha detto addio al PCB fino al 1984. La Caffaro utilizzava per la sua produzione l’acqua della falda che veniva rilasciata, arricchita di composti chimici, nelle rogge che corrono verso sud inquinando i terreni di una vasta area con PCB, diossine, mercurio, arsenico tetracloruro di carbonio, cromo IV: scorie chimiche entrate nella catena alimentare e responsabili dell’elevata incidenza nella zona di forme tumorali quali melanoma, carcinomi mammari e linfomi.
Ai più è sicuramente sfuggita l’epidemia di legionella e polmonite batterica che tra l’autunno 2018 e la primavera 2019 colpì la popolazione della valle del Chiese nella zona al confine tra le province di Brescia e Mantova: 1418 casi accertati con 72 decessi legati alle patologie, un’epidemia che gli esperti dicono sarebbe stata innescata dal fiume Chiese diventato, a causa della siccità, un brodo di coltura batterico. Le torri di raffreddamento che utilizzano l’acqua del fiume avrebbero poi funzionato da enorme aerosol nebulizzando i germi nell’aria e potenziando così l’effetto dell’agente patogeno. L’inchiesta aperta dalla procura per epidemia colposa venne archiviata. Questo evento, limitato ma di notevole impatto, aveva sollevato alcune problematiche legate all’influenza delle attività umane e dei processi economici sull’ambiente, che andavano oltre la contingenza dell’evento e che un anno dopo la pandemia da Covid-19 ci avrebbe riproposto in maniera brutale, questa volta su scala mondiale.
A Brescia ha sede anche la WTE, società operante nel settore recupero rifiuti con tre stabilimenti nella bassa, quell’area di pianura che lambisce le province di Cremona e Mantova duramente colpite dalla prima ondata della pandemia. L’azienda ritirava i fanghi prodotti da numerosi impianti pubblici e privati di depurazione delle acque reflue urbane e industriali da trattare mediante un processo che ne garantisse l’igienizzazione e la trasformazione in sostanze fertilizzanti. Almeno così doveva essere. Per massimizzare i profitti la WTE non solo ometteva di sottoporre i fanghi contaminati al trattamento previsto, ma li caricava di ulteriori inquinanti come l’acido solforico derivante dalle batterie esauste. Infine, per disfarsi di tali rifiuti e continuare il suo ciclo produttivo fraudolento, li classificava come gessi di defecazione e li smaltiva su terreni destinati alle produzioni agricole retribuendo a questo scopo sei compiacenti aziende di lavorazioni rurali conto terzi (cinque bresciane e una cremonese). Un’operazione criminale che si è sviluppata attorno alla svendita del territorio generando danni all’ambiente e alla salute pubblica: il mancato trattamento di igienizzazione dei fanghi e il loro successivo spandimento sui terreni sono un potenziale veicolo di malattie e potrebbero aver rappresentato un tappeto rosso sul quale il Covid-19 ha fatto la sua passerella, seminando morte.
Il recente rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) sul consumo di suolo ci dice che la Lombardia è ancora la prima regione d’Italia per consumo di suolo anche nel 2020, anno nero della prima ondata pandemica. A far la parte del leone è la provincia di Brescia con 214,5 ettari consumati in un anno, pari al 27% del totale regionale, che porta a 49.730 gli ettari bresciani cementificati, un incremento di quasi 2 mq al secondo nonostante la pandemia. Una piaga ambientale, quella del consumo di suolo, che vede l’invasione dei campi da parte del fenomeno emergente della logistica industriale che colonizza con enormi capannoni vastissime superfici agricole a ridosso delle vecchie e nuove autostrade regionali.
Brescia risulta essere la prima provincia industriale in Europa. Se quest’area fosse uno Stato il suo PIL, indiscusso indice di «benessere», la collocherebbe prima di Paesi come la Slovenia, l’Estonia e la Lituania.
Quella della provincia di Brescia, e non ce ne vogliano i suoi abitanti, è la fotografia che meglio ci permette di spostare l’attenzione dall’aspetto contingente di una malattia causata da un virus alle cause sistemiche che l’hanno favorita e che ci mette di fronte al dilemma da cui necessariamente bisogna avere la forza e il coraggio di uscire: economia o vita, lavoro o salute, PIL o natura. Libertà o arbitrio. Cioè libertà collettiva, sociale, coniugata con la solidarietà o libertà egoistica, individuale, liberista.
Albert Camus sosteneva che «la libertà non è fatta in primo luogo di privilegi, è fatta soprattutto di doveri» (Camus 2020). È un’affermazione provocatoria, che destabilizza il lettore d’oggi, intriso di una concezione della libertà tutta propria, privatistica e che sottolinea come la libertà si dà in società, nella concretezza dei rapporti umani e sociali, non nel vuoto. Forse il punto è che vi sono tempi e spazi della storia in cui chi ha a cuore le sorti dell’essere umano è portato a sottolineare l’importanza dell’aspetto individuale della libertà (ad esempio nei regimi totalitari) e altri momenti e luoghi (come l’occidente odierno?) in cui pare prioritario rafforzarne il lato solidaristico e collettivo della libertà.
Nella tremenda tragedia che ha rappresentato, il Covid-19 ci ha fornito l’occasione per ripensare il nostro modo di abitare le città, l’orrendo rapporto che abbiamo finito per instaurare tra queste e la campagna, il modello di sviluppo illimitato che ci ha portati fin qui, fondato su una globalizzazione sfrenata e sull’ipersfruttamento dell’ambiente, nonché su un’idea di libertà per cui tutto è possibile a prescindere dalle conseguenze dirette e indirette del nostro agire. Liberi al punto di vivere nel nostro ambiente non come abitanti, ma come una specie infestante indifferente al destino dei luoghi che abitiamo, poco consapevoli di ciò che ci avviene attorno. Liberi, ma non responsabili, perché la responsabilità è sempre in capo a qualcun altro anche quando sono le nostre scelte a condizionare l’esistenza nostra e degli altri da noi.
Libertà, quindi, o abuso della libertà che diventa licenza, arbitrio? La libertà senza limiti che pervade il pensiero economico condiziona le nostre esistenze togliendoci sostanzialmente il futuro. Allo stesso modo, pensare alla propria libertà come la facoltà di fare ciò che si vuole, senza accettarne i limiti imposti dalla responsabilità significa consegnare la libertà a un vuoto simulacro di se stessa.
C’è chi prova a far pressione perché chi governa metta in essere azioni precise per invertire la rotta rispetto al modello economico capitalistico dominante incentrato sulla licenza di distruggere, inquinare ed esporre la salute delle persone a rischi ambientali, sostanzialmente in nome della libertà di consumare. E ciò è giusto. Ma è anche vero che una posizione precisa è richiesta a ognuno di noi:
quanto siamo disposti, banalmente, a modificare le nostre abitudini di vita, ad abbandonare retaggi culturali patriarcali e sessisti, ad avere un’educazione alimentare più consapevole, a lasciarci alle spalle una visione antropocentrica del mondo in cui la natura e l’ambiente sono al nostro servizio e noi siamo al centro di tutto? Quanto siamo pronti ad abbandonare la nostra presunzione di onnipotenza, a riconoscere l’esistenza del limite, a pensarci come facenti parte di un sistema complesso, fatto di relazioni, in cui tutto è collegato?
«Siamo nodi di una rete di scambi» scrive Carlo Rovelli in una delle sue Sette brevi lezioni di fisica per sottolineare che siamo parte integrante della natura (Rovelli 2014). Quanto siamo stati in grado di considerare la questione sanitaria come strettamente collegata, e non contrapposta, a quella sociale? Quanto saremo in grado domani di fare lo stesso con la questione ambientale, capendo che essa aggrava in maniera inedita tutte le forme di diseguaglianza oggi in essere?
Quanto siamo disponibili a rispondere alle conseguenze delle nostre azioni, in altre parole, a essere responsabili per permettere alla libertà di prendere forma e generare socialità e solidarietà? Perché nessuno si libera da solo, «ci si libera sempre insieme in solidarietà» (Freire 1971).
Bibliografia
CAMUS A., Il pane e la libertà (1953), in Conferenze e discorsi 1937-1958, Bompiani, Milano, 2020, pp. 171-180
FREIRE P., La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano, 1971
ROVELLI C., Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, 2014.

