# Granara: un ecovillaggio autogestito


## Nascita dell'ecovillaggio

 Prendete una manciata di studenti universitari milanesi idealisti e sognatori, tuttavia desiderosi di progettare esperienze concrete, lontano dalla vita di una metropoli frenetica che offre certo una montagna di opportunità, ma crea, al contempo, notevoli problemi e disagi quotidiani ai suoi abitanti. Li accomuna uno spirito libertario non troppo specificato, una forte passione ecologica, la volontà di realizzare un «luogo altro», insieme.

Immaginateli, a un certo punto, girovagare tra la Toscana e l'Emilia alla ricerca di una terra dove dar vita a una realtà capace di coniugare una certa quota di immaginazione utopica con un pizzico di quel buon senso che ha reso celebri le casalinghe di Voghera. Una comunità di libertà e sperimentazione, dove provare a realizzare un diverso rapporto tra natura e civiltà. In cui svolgere attività ludiche e seminari di studio. Dove costruire un'opportunità per i figli di crescere insieme, a contatto con l'ambiente.

Una comune, un kibbutz, un villaggio alternativo? Qualcosa di tutto questo, certo. Ma non c'è mai stato, in realtà, un modello precostituito, e men che meno un'ideologia che ingabbia la mente e indirizza in modo implacabile pensiero e azione.

Alcuni tra loro hanno visitato esperienze concrete di comunità, in Italia, in Portogallo, fino in Svezia, dove hanno potuto ammirare la famosa Comunidad del Sur, animata da anarchici uruguagi in esilio e libertari nordici. Le suggestioni non sono poche. Viaggiano in totale libertà nelle menti dei ragazzi milanesi, perché più forte ancora è il desiderio di cercare una strada propria.

A un certo punto – siamo nel 1993 – un piccolo borgo abbandonato e diroccato, carico di memoria contadina, attira la loro attenzione: Granara. Uno dei tanti luoghi, in Italia, che testimonia il passato sempre più rimosso di un popolo povero e migrante e il nostro presente, per molti aspetti più triste, di nazione in decrescita demografica. È un posto quasi sperduto a 600 metri sul livello del mare, nelle colline di Parma, comune di Valmozzola.

Ecco. Il gruppo di militanti dell'associazione Arti e mestieri libertari di Milano, che ancora non sa esattamente cosa significhi vivere in campagna, decide di comprare quei ruderi e cento ettari di terra intorno, prati e soprattutto boschi.

Si decide di procedere, il più possibile, da sé, in piena autogestione. La ristrutturazione delle case, utilizzando pietre e, più avanti nel tempo, anche mattoni e intonaci in terra cruda per gli interni, sarà opera, prevalentemente, dei nuovi acquirenti. E durerà molti anni. Oggi Granara è un villaggio di case strutturato intorno a due nuclei. Il romanticismo dei primordi, che portava i ragazzi a vagheggiare una comunanza dei beni e a cominciare l'opera ricostruttiva con pochi attrezzi, senza supporti meccanici, tende progressivamente a sfumare, mano a mano che dalle idee si passa ai fatti.

Il gruppo iniziale si allarga, sino a comprendere un nucleo di una trentina di persone, intorno alle quali ne ruota qualche centinaio. Ogni aiuto è prezioso, ogni conoscenza è messa in comune.

## Proprietà e comunità

 La proprietà, però, è sempre di qualcuno, diceva Proudhon (Proudhon 2001: 83-96). A Granara la proprietà delle terre e delle case è ora privata, dopo un iniziale periodo di comproprietà che ha causato alcune tensioni. Ma molte cose sono di uso comune e, soprattutto, ciascuno si pensa in relazione agli altri, anche in riferimento alla libertà. Bakunin, per citare un altro padre fondatore, aveva parlato di questo ideale nei termini di una libertà sociale (Bakunin 2000: 81). L'individuo non viene annullato in un Tutto più grande, ogni soggetto, individuale e famigliare, gode di privacy e autonomia, però nessuno si pensa come una monade noncurante del prossimo. L'egotismo narcisista della società consumista è severamente bandito. Granara non è un villaggio fondato sulla produzione di beni economici. Gli utili provengono solo dalle attività culturali ed educative e vengono gestiti autonomamente, in assoluta trasparenza, dalle associazioni che realizzano le attività: generalmente vengono destinati alla retribuzione di coloro che vi lavorano, in parte sono utilizzati per spese interne e in parte reinvestiti in strutture comuni del Villaggio, di cui i primi beneficiari sono le associazioni stesse. Ugualmente i singoli partecipano con contributi concordati alle spese e alla manutenzione del Villaggio.

Granara è un mix di spontaneità e organizzazione, dove appunto aleggia, senza essere mai stato teorizzato, quella specie di «individualismo comunitario», espressione con la quale Alan Ritter, ormai diversi anni fa, ha condensato il nucleo assiologico centrale dell'anarchismo (Ritter 1984: 88-106; cfr. anche Codello 2009: 47).

Dove c'è vera libertà non ci può essere, per definizione, la perfezione. La vita è movimento continuo, il movimento crea inevitabilmente urti e contraddizioni, genera incessantemente forze che si attraggono e respingono. Occorre certo trovare un filo conduttore, senza però annullare i contrasti e le sfumature, senza trasformare i mille colori dell'esistenza e della libertà umane in una piatta landa monocroma. Nel recente passato abbiamo visto troppi aspiranti paradisi trasformarsi in lugubri inferni.

Granara non ha mai inteso creare un mondo abitato da esseri celestiali. Non è una incarnazione di una qualche idea assoluta. Non c'è, in realtà, una vera ricerca di un mondo ideale. Ciò che ha preso forma è frutto di visioni diverse, di idee diverse di comunità. Qualcuno dei «granaroli» ha avvertito questa mancanza di una ideologia politica comune come un limite, qualcun altro denuncia la tendenza «formalistica» a creare una miriade di accordi per regolare gli usi comuni delle cose e delle risorse.

A Granara molte cose si sono realizzate, altre sono abortite o fallite. I progetti di ospitalità ed ecoturismo, ad esempio, non sono mai decollati, così come i tentativi di coltivazione di parte delle terre.

Non è semplice definire Granara. L'espressione villaggio ecologico sembra una delle più appropriate. Le case sono state costruite con materiali del luogo, rispettando il più possibile le regole della bioarchitettura. Senza fanatismi ed estremismi, con la chiara volontà di piegare la tecnologia a un uso ecologico, tenendosi alla larga da richiami primitivisti. Tutte le case hanno un impianto fotovoltaico e l'energia elettrica prodotta in tutto il villaggio è molto di più di quella consumata dal villaggio e di tutte le attività svolte sul posto. Le caldaie sono alimentate con la legna tagliata in comune nel bosco di Granara e anche l'acqua viene riscaldata da un mix tra energia solare e le caldaie a legna.

Alcuni fondatori hanno infine deciso di vivere a Granara, altri fanno la spola con Milano e Parma. Qualcuno lavora lì, ma da remoto, i più sono pendolari.

## Il «mondo nuovo» e la pedagogia della libertà

Se si osserva la vita degli adulti dal punto di vista lavorativo, come da quello delle relazioni familiari, non sembra in realtà granché diversa da quella che conduce gran parte delle persone. Ma se si vuole davvero capire la realtà di Granara, occorre considerare la miriade di attività che produce, soprattutto per i giovani e i bambini, perché è lì, soprattutto, che è possibile vedere all'opera lo spirito comunitario e autogestionario.

Si percepisce, in effetti, un certo contrasto tra la vita degli adulti, informata per certi aspetti ai canoni della società corrente, e quella dei bambini, destinati a realizzare, almeno in parte, un mondo «nuovo» e diverso.

A Granara si sono sviluppati nel tempo tre filoni di attività, ciascuno facente capo a una realtà associativa creata *ad hoc*. L'associazione Centopassi, composta principalmente da educatori, gestisce i campi estivi per bambini e ragazzi, dalla prima elementare all'ultima superiore. Essa si prefigge di abituare i giovani a stare insieme e a scoprire la natura, il più possibile senza gerarchie. Dai primi campi estivi, nel 1994, ad oggi è passato ormai molto tempo e alcuni dei bambini, nel frattempo, sono diventati educatori. L'associazione Teatro Granara ha realizzato per anni un Festival teatrale che ha acquisito una certa notorietà e attirato molti artisti, noti e meno noti, tentando di coinvolgerli nella vita comunitaria e nei lavori (vedi scheda). L'associazione Alekoslab, nata da una costola della milanese Arti e mestieri libertari, ha seguito negli anni progetti di bioarchitettura, di tecnologie appropriate e anche di formazione, coinvolgendo ragazzi disabili e giovani del servizio civile internazionale.

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## L'esercizio del potere

 Ma come tenere una struttura sempre più complessa, fatta di individui e di gruppi organizzati? La questione del potere – la questione cioè di una funzione regolativa sociale ineliminabile in ogni struttura micro e macro-sociale, che consiste nella «produzione e l'applicazione di norme e di sanzioni» (Bertolo 2017: 37) – è centrale anche a Granara e il modo in cui tale nodo problematico è stato affrontato è molto interessante e per certi aspetti anche istruttivo, da un punto di vista libertario.

Al tema dell'utilizzo, della distribuzione, della condivisione, della divisione e del controllo del potere, personale e collettivo, formale e informale, i «granaroli» si sono approcciati con lo spirito con cui hanno affrontato tutte le altre questioni, un mix di eticità e pragmatismo, che li ha portati a rifuggire soluzioni definitive e a cercare sempre di adattare la struttura organizzativa alla realtà cangiante, senza paura di abbondonare forme e formule se e quando divenute inutili. Costante nel tempo, a Granara,

sembra essersi manifestata la preoccupazione che il potere non si trasformi in dominio, in un rapporto cioè di comando/obbedienza in cui il potere viene espropriato alla collettività e monopolisticamente esercitato da una minoranza sulla maggioranza (Bertolo 2017: 38). Il punto di partenza, come per la proprietà, è stata l'idea di una forte partecipazione democratico-comunitaria. La struttura amministrativa di Granara, come si evince anche dalla *Carta Costituente del Villaggio Ecologico di Granara*, comprendeva – e comprende – tutti coloro che «hanno effettuato un investimento di lungo periodo nel villaggio». A Granara sono da sempre esistiti due «poteri» formalizzati, che hanno cambiato nome nel tempo e in parte anche funzioni, mantenendo tuttavia una differenza di fondo: un potere di tipo assembleare generale, investito del compito di discutere questioni generali; un potere di tipo più esecutivo, che è andato nel tempo definendosi come espressione delle varie realtà che animano la vita del villaggio.

All'assemblea comunitaria generale, denominata il cerchio, è demandato il compito di «preservare una visione d'insieme della vita del Villaggio», da espletarsi con funzione consultiva e di controllo, rispetto agli interventi che impattano sul territorio, e propositiva, «in materia di nuovi accordi e progetti». Il cerchio si riunisce tre volte all'anno e affronta ogni volta un tema specifico: il cerchio invernale è dedicato alle attività, il cerchio primaverile al territorio (terreni, progetti di costruzione, boschi), il cerchio estivo affronta le questioni attinenti alle relazioni tra gli individui e i gruppi che popolano Granara, del sentire, delle emozioni.

Una funzione più operativo-decisionale è invece affidata al consiglio dei portavoce (CDP) dei «gruppi e associazioni autonomi», che si riunisce all'incirca ogni due mesi e in cui i partecipanti prendono decisioni sulla base di un mandato imperativo. I portavoce hanno il compito di portare al CDP le opinioni e le decisioni dei gruppi e di riportare indietro ai gruppi le istanze, le richieste e le questioni all'ordine del giorno. Gli ambiti decisionali del CDP possono riguardare le attività, le regole interne, l'uso degli spazi, la gestione economica, il rapporto con l'esterno.

Due problematiche soprattutto sembrano aver incrociato il livello di organizzazione «politica» del villaggio: la questione della proprietà e quello del rapporto maggioranza-minoranza. Sotto il primo profilo, un certo attrito tra proprietari e non-proprietari si era manifestato nel dualismo di poteri che ha attraversato il primo periodo di Granara: l'assemblea generale da una parte e il consorzio dei proprietari dall'altra, di cui il cerchio e il CDP sono stati poi rispettivamente, in qualche misura, gli eredi.

Sotto il secondo punto di vista, più difficoltosa ancora pare essere stata l'individuazione di mezzi atti a risolvere il potenziale conflitto tra le aspirazioni del singolo e delle minoranze e la necessità, per la maggioranza, di arrivare a prendere delle decisioni vincolanti per tutti. La soluzione infine adottata a Granara appare decisamente originale. Inizialmente nelle decisioni era esplicitamente ricercata l'unanimità. Il veto del singolo, però, poteva bloccare ogni iniziativa del gruppo e ciò induceva «moralmente» i dissenzienti ad accondiscendere a decisioni non condivise.

Per tentare di risolvere questo problema, è stato chiesto aiuto a un mediatore dei conflitti. Costui ha fatto emergere il sistema di poteri che esisteva a Granara oltre il livello del potere formalizzato, vale a dire i poteri «naturali» di tipo carismatico e quelli legati a gruppi di affinità e di amicizia. Egli ha suggerito un metodo tutt'ora in vigore. Al posto del veto, è stata introdotta la possibilità, da parte di singoli o gruppi, di introdurre un'obiezione, che viene distinta in radicale o non-radicale. L'obiezione radicale è la manifestazione di un dissenso totale rispetto a un'idea o decisione così come si va profilando nella discussione.

Di fronte alle obiezioni radicali, il gruppo può decidere di valutare l'obiezione, se sia il caso cioè di portare avanti l'istanza generale, oppure sia più opportuno o più giusto fermarsi a riflettere. Di fronte a un'obiezione non radicale invece il gruppo procede nella decisione, avendo ascoltato e consentito l'esplicitazione di una o più posizioni di disaccordo, che però non intendono inficiare il processo decisionale. La figura del «facilitatore» è divenuta centrale nella struttura decisionale di Granara. Nelle discussioni generali, ciascuno di volta in volta si assume la responsabilità di mediare i conflitti. I facilitatori hanno il potere di gestire i dibattiti e di chiudere le discussioni.

## Elogio dell'imperfezione

 È legittimo parlare di utopia, in riferimento a Granara? Questa parola, inventata come noto da Tommaso Moro a inizio Cinquecento, da allora non solo ha designato uno specifico genere letterario, ma ha anche prevalentemente evocato l'idea di un mondo perfetto, felice, senza conflitti, troppo comunitario e perciò quasi sempre molto chiuso e ostile alla libertà personale.

Sotto questo profilo, utopia è parola che mal si adatta alla realtà che ci si è sforzati di descrivere sinteticamente. È evidente, tuttavia, che a Granara, nei suoi promotori e nei suoi attuali abitatori, è esistita fin dall'inizio e si perpetua tutt'oggi una tensione utopica, volta alla realizzazione di un modo di vivere e di stare assieme per molti aspetti assai diverso da quello a cui siamo abituati. Se volessimo cercare una lettura politica, in termini strettamente libertari, potremmo forse dire che Granara ricorda più la società ideale che aveva in mente l'ultimo Proudhon piuttosto che quella a cui pensavano autori come Kropotkin: una realtà sociale che assume la dimensione antinomica della realtà come un dato non superabile, anzi come un dato per certi aspetti positivo, che necessita di soluzioni che non si vogliono definitive, capaci di governarla senza annullarla.

A Granara sembra esserci una consapevolezza più o meno esplicita che una realtà libera non potrà mai risolvere il conflitto tra individuo e comunità, privato e pubblico. Occorre perciò ricercare continuamente punti di coesistenza e di mediazione. L'interrogazione sui metodi decisionali che permettono alla comunità di crescere e prendere decisioni collettive, preservando a contempo la singolarità di ciascuno, è stata continua nel tempo. Da un certo punto in poi, si è manifestata l'esigenza di rendere espliciti tutti i rapporti di potere informale, al fine di evitare accentramenti e derive leaderistiche.

Granara non è dunque un radicalmente *altro*: è una «utopia del buon senso», che ha assunto l'imperfezione come dato ineliminabile della struttura sociale ma che mantiene viva la volontà di continuamente trascenderla. Come scriveva Berneri, «l'utopista accende delle stelle nel cielo della dignità umana, ma naviga in un mare senza porti».


## Bibliografia

BAKUNIN M., *La libertà degli uguali*, a cura di G. Berti, elèuthera, Milano, 2000. BERTOLO A., *Potere, autorità, dominio: una proposta di definizione* (1983), in *Anarchici e orgogliosi di esserlo*, elèuthera, Milano, 2017.

CODELLO F., *Né obbedire né comandare. Lessico libertario*, elèuthera, Milano, 2009.

PROUDHON P.-J., *Critica della proprietà e dello Stato*, a cura di G. Berti, elèuthera, Milano, 2001.

A. RITTER, *L'individuo comunitario. Censura e libertà nel pensiero anarchico classico*, «Volontà», 1, 1984, pp. 88-106.

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## GRANARA E IL LABORATORIO DI COMUNITÀ

**David Guazzoni**

 Per una ventina di anni a Granara abbiamo organizzato un festival di teatro di una settimana che aveva delle caratteristiche che sono state il frutto di scelte e orientamenti precisi:

- 1) il sogno di creare una comunità teatrale momentanea, composta da persone addette e non addette ai lavori che condividessero una settimana di lavoro, vita, scambi, feste, ricerca, mettendo intorno alle stesse tavole artisti e persone iscritte ai laboratori, spettatori e performers.
- 2) Il festival come occasione per Granara di avere un progetto forte che tenesse insieme le diverse anime e i diversi interessi presenti nel villaggio, quindi il festival come collante interno.

La proposta del festival è cresciuta negli anni, da una versione pionieristica del 2000 in cui «tutti facevano tutto» si è arrivati via via a forme sempre più professionali, seppure supportate da uno zoccolo di volontarie e volontari interni ed esterni al villaggio, ingaggiate ed ingaggiati proprio per la realizzazione della settimana. L'evoluzione della proposta ha sicuramente comportato un innalzamento del livello di tutte le componenti che negli anni ne hanno resa possibile la realizzazione, diventando per alcune persone insostenibile, e innegabilmente per quasi tutte uno sforzo enorme, da incastrarsi nelle vite complesse di ciascuna. Di sicuro il festival è sempre stato capace di aggregare, permettendo a duecento, trecento persone di vivere esperienze fortissime di comunità, lasciando segni indelebili nelle memorie e nei corpi.

Quando nel 2019 è stato chiaro che il festival nella sua forma nota, benché sempre un po' differente negli anni, era arrivato a conclusione, un gruppo misto di persone, interne ed esterne al villaggio, ha deciso di avviare una riflessione per cercare di cogliere tutti quegli aspetti irrinunciabili che quei venti anni ci avevano fatto vivere e che si dovevano depositare in altro. Siamo partiti dalla convinzione che non si poteva semplicemente chiudere un'esperienza, ma che c'era una necessità di trasformazione, di cambiamento, nella direzione di una nuova, ennesima sperimentazione. Dai diversi confronti avvenuti è emerso soprattutto il desiderio di preservare il senso di comunità temporanea che si crea ogni volta.

Abbiamo individuato alcuni elementi imprescindibili come i cardini su cui appoggiare la settimana di laboratorio, in particolare l'idea di una comunità fortemente motivata a prendersi tempi e spazi, a condividere la gestione del quotidiano, la cura di sé e dei luoghi, a proporre momenti di confronto, spettacoli, musica, convivialità. Centrale è rimasta la volontà di coinvolgere tutte le persone nella partecipazione collettiva ai lavori necessari alla vita della comunità: cucina, pulizie, turni al bar. Altrettanto centrale la presenza di più generazioni insieme, quindi bambine e bambini, ragazzi e ragazze, giovani, adulte e adulti e lo scambio, la convivenza, l'insieme e non la divisione e la parcellizzazione.

Su queste basi abbiamo realizzato tre edizioni del laboratorio di comunità nel 2019, 2020 (con numeri ovviamente ridottissimi) e nell'estate 2021 appena trascorsa.

Quest'anno abbiamo incentrato i momenti di confronto e scambio sul femminismo intersezionale e sull'economia, rispondendo a un interesse crescente e del tutto trasversale alle età di alcune di noi e riprendendo, nel caso dell'economia, un discorso già avviato nel 2019. Intendiamo i confronti come momenti di conoscenza, di scambio, condotti da persone che preparano e stimolano scambi con modalità attive, propongono giochi e attività che permettono di inquadrare le questioni cercando la leggerezza e la profondità allo stesso tempo.

Il 2021 è stato l'anno dell'incontro più evidente tra generazioni: Granara è attraversata da tre generazioni e da sempre abbiamo avuto un'attenzione alla presenza di tutte e tre per costruire una comunità continua, senza frammentazioni, cercando di limitare le divisioni, le cose che possono fare solo i grandi, o le attività solo per i piccoli.

