{"title":"Genere e pandemia. Un virus rivelatore delle diseguaglianze","date":"2022-02-01","autori":["Rossana Mungiello"],"numero":"1","sezione":"Approfondimenti","pagina":57,"permalink":"https://semisottolaneve.net/articoli/01-genere-e-pandemia/","content":"\nL'intento di questa scheda è fornire qualche dato per una riflessione sui rapporti di dominio generati dal capitale che, intrecciati agli elementi del patriarcato sottesi alle dinamiche socio-economiche, perfino durante eventi drammatici come la diffusione di una pandemia agiscono gerarchizzando le differenze, in particolare quelle di genere, per metterle a valore. Tale considerazione si mostra particolarmente evidente se si prende in esame soprattutto quanto accaduto nei primi mesi di gestione del Covid-19 nel nostro paese.\n\n## Ripercussioni della pandemia sul lavoro a livello mondiale\n\n Procediamo per gradi. Secondo l'International Labour Organization (ILO 2021), nel 2020 la pandemia ha avuto un forte impatto sul mercato del lavoro: a livello mondiale si è perso l'8,8% delle ore di lavoro, equivalente a 255 milioni di posti di lavoro full-time – posta la settimana lavorativa media globale pari a 48 ore. Si tratta del quadruplo delle perdite determinate dalla pur grave crisi finanziaria del 2009. Secondo quanto riportato dall'organismo internazionale, a partire dalle ore complessive di lavoro perse nel 2020 viene calcolato nel dettaglio che 114 milioni di posti di lavoro *full-time* sono stati completamente cancellati e trasformati in disoccupazione; per il resto, se una parte ha subìto una riduzione dell'orario di lavoro (*part-time* obbligatorio), l'altra invece risulta ricoperta da persone che pur conteggiate ancora tra gli occupati in realtà non lavorano. Preoccupante poi anche l'ulteriore dato sugli inattivi: tra coloro che hanno perso il lavoro sono ben 81 milioni le persone classificate come inattive, persone cioè ormai scoraggiate che non intravedono alcuna possibilità di trovare un nuovo impiego e quindi non lo cercano più.\n\n\nNel mondo risultano perlopiù le donne a pagare la crisi economica determinata dalla pandemia: in tutte le aree geografiche, indipendentemente dai livelli di reddito dei paesi di appartenenza, in termini percentuali le donne restano fortemente prevalenti tra i disoccupati e tra le persone inattive. I settori più colpiti si confermano infatti quelli del terziario povero\n\ne del lavoro domestico retribuito, in entrambi i casi a prevalente impiego di manodopera femminile. Parimenti soffrono anche i giovani: essi hanno perso il lavoro o ritardano la loro entrata nel mercato del lavoro, aumentando, come sottolinea l'organismo internazionale, la loro generale «disconnessione» dal mondo del lavoro e il rischio di trasformarsi in una «generazione perduta» (ILO 2021, in particolare vedi fig. 8).\n\n## Situazione in Italia\n\n Uno scenario analogo si riscontra anche qui in Italia dove la pandemia ha inciso particolarmente sulla condizione delle donne e dei giovani aggravando una situazione già di per sé fortemente penalizzante. Come evidenziato dall'ISTAT nelle regioni del nord lo scorso 2020 ha registrato una diminuzione della speranza di vita di un anno, la mortalità ha raggiunto il numero massimo di decessi dal secondo dopoguerra ad oggi e la capacità riproduttiva della popolazione ha subìto un'ulteriore e consistente contrazione che l'ha spinta a raggiungere il valore minimo delle nascite se si considera addirittura tutto il periodo di tempo che va dal 1861 fino ai giorni nostri (ISTAT 2021).\n\nForti le conseguenze sulle famiglie già tradizionalmente provate da un sistema di *welfare* inadeguato. La pandemia ha infatti impattato profondamente anche sulla gestione della vita familiare, come evidenziato in particolare nei primi mesi di diffusione del virus in Italia nella primavera del 2020, quando bambini e ragazzi sono stati lasciati a casa dalla chiusura delle scuole. Per arginare i contagi il governo ha imposto un cosiddetto primo *lockdown* «duro» in cui tutto avrebbe dovuto fermarsi. Se da un lato alcune attività sono state in effetti immediatamente chiuse, come appunto le scuole, altre invece classificate come «essenziali» sono rimaste aperte per decreto. Tuttavia, non si è trattato solo delle strutture sanitarie, delle farmacie, dei negozi di alimentari e delle filiere ad essi collegate. Hanno continuato la loro attività anche diverse manifatture, selezionate sulla base dei codici Ateco di appartenenza. Chi non ricorda la rincorsa alla variazione del proprio codice da parte di alcune imprese pur di accedere al «privilegio» dell'apertura, nonostante la pandemia? Le proteste degli operai e delle operaie considerati «essenziali» hanno almeno costretto il padronato ad attivare specifici protocolli di sicurezza Covid sui luoghi di lavoro. Quanto ai controlli sul rispetto dei protocolli, sulla loro efficacia o sul numero dei contagi sul posto di lavoro certo si attende ancora il dettaglio di dati ufficiali, possibilmente disaggregati. Rileviamo qui comunque che protocolli di sicurezza anticontagio non sono stati applicati in tutte le realtà lavorative: le scuole, come detto, sono rimaste chiuse per mesi e hanno potuto godere di un proprio protocollo di sicurezza – per quanto blando – solo con l'approssimarsi degli esami di maturità di giugno.\n\n## Smart working e conciliazione vita-lavoro\n\n Con le scuole chiuse e i luoghi di lavoro «essenziali» aperti, si è posto con forza un problema di notevole rilievo per le famiglie: chi doveva badare ai figli piccoli rimasti soli a casa magari collegati online per le lezioni «a distanza» e incapaci di usare un PC? Riportiamo qui perché illuminanti alcuni dati riferiti proprio al periodo citato e nello specifico relativi allo strumento dello *smart working*, il cosiddetto lavoro agile. Lo strumento è stato pubblicamente indicato come la soluzione al problema della cosiddetta conciliazione vita-lavoro, al solito ancora socialmente e storicamente declinata al femminile. Collegate da casa, le mamme lavoratrici avrebbero potuto risolvere il problema, lavorando e parallelamente tenendo d'occhio i figli che non potevano andare a scuola.\n\nUno studio dei Consulenti del lavoro (Fondazione studi consulenti del lavoro 2020), centrato nello specifico proprio sul cosiddetto primo *lockdown* dei primi mesi di diffusione del virus in Italia, evidenzia – citando dati ISTAT – che a livello nazionale le donne lavoratrici con almeno un figlio con maggiori necessità di cura e cioè di età inferiore ai 15 anni rappresentano circa un terzo (30%) del totale delle donne che lavorano, residenti perlopiù al nord (56%) e per il resto uniformemente distribuite tra centro (22,3%) e sud (22,2%). Di queste, contrariamente a quanto si può pensare, appunto durante il primo *lockdown* la stragrande maggioranza ha lavorato «in presenza» per così dire, ben il 74%. Il resto invece è rientrato al lavoro dopo il 4 maggio 2020 (12,5%) o successivamente. È evidente che la gran parte delle donne con figli con maggiori necessità di cura non ha potuto restare a casa con i propri figli durante la chiusura delle scuole e delle attività ricreative legate al tempo libero destinate a bambini e ragazzi. Al contrario, le mamme hanno dovuto perlopiù lavorare appunto «in presenza», come si usa dire oggi. Determinante in questo senso la segregazione occupazionale che in generale colpisce le donne anche in Italia: queste mamme sono occupate infatti soprattutto nel settore dei servizi (83%), nel commercio, nei servizi alla persona, nella sanità ecc. A esse lo *smart working*, il «lavoro agile» – comunque con tutta evidenza debole se non fallimentare e illusorio strumento di conciliazione – certamente non è applicabile: come potrebbe una commessa lavorare da casa? Come può farlo un'infermiera o anche un'operaia? In realtà, solo metà delle mamme lavoratrici potrebbe ricorrere allo *smart working*, al lavoro agile, data la propria posizione occupazionale. Una quota ancora rilevante ripiega, se può, verso le dimissioni per necessità di cura dei figli, come da anni denunciano i dati raccolti dagli Ispettorati del lavoro.\n\nIncide evidentemente il livello di reddito. Addirittura, un quinto delle mamme lavoratrici con almeno un figlio piccolo appartiene a famiglie monoreddito. Inoltre, in generale, rispetto alla questione dello *smart working*, considerando il tipo di occupazione per fascia di reddito, gran parte (49,8%) delle mamme lavoratrici con un reddito inferiore a 1000 euro non potrebbe lavorare da casa e nemmeno potrebbe usufruire di questa possibilità il 40% di quelle che guadagnano dai 1000 ai 1500 euro netti al mese (ISTAT 2020: dati 2019): si evince da queste cifre quanto il «lavorare da casa» si configuri come un privilegio legato alla classe sociale di appartenenza.\n\nInfine, se l'occupazione generale, maschile e femminile, tra i mesi di aprile e maggio è diminuita di 400.000 unità (esclusi i cassaintegrati conteggiati statisticamente tra gli occupati), sono proprio le donne e i giovani tra i 24 e i 35 anni ad aver perso il lavoro e a pagare maggiormente la crisi economica e sociale generata dalla pandemia anche in Italia. Il dato viene confermato anche per i mesi successivi: alla fine del 2020 del totale di 622.000 posti di lavoro persi il 55% era occupato da donne (ISTAT 2021). Donne e giovani restano infatti anche qui i gruppi sociali più vulnerabili: impiegati in settori economici particolarmente colpiti dalla crisi, essi godono di posizioni contrattuali ben poco stabili. Il cosiddetto blocco dei licenziamenti siglato dalle parti sociali in vigore fino allo scorso giugno ha interessato chi godeva di posizioni lavorative più solide, con contratti a tempo indeterminato, e non certo chi lavora solitamente con contratti precari, stagionali o a chiamata.\n\n## Rapporti di genere: lavoro domestico e di cura durante il primo lockdown\n\n Significativo anche quanto registrato nei rapporti di genere all'interno della coppia. Attività come pulizia della casa e cucina sono rimaste a carico delle donne rispettivamente per il 67,3% e per l'82,9%, ancora scarso si è dimostrato purtroppo l'aiuto da parte dei compagni (ISTAT 2020). Se durante la quarantena una donna lavorava in *smart working*, essa comunque doveva occuparsi in contemporanea della casa e magari anche della didattica *online* dei figli. Un'enormità! Senza contare poi le relazioni di coppia che se durante la quarantena sono state buone per 3/4 delle famiglie, per il restante 25% sono invece degenerate con tutto quello che ciò comporta in termini di violenza domestica.\n\nSecondo i dati ISTAT più recenti a disposizione che raccolgono rilevazioni riferite al 2018, complessivamente sono 15 milioni le persone, perlopiù donne, con responsabilità di cura verso figli con meno di 15 anni, familiari anziani o non autosufficienti\n\n(ISTAT 2020). Ben 15 milioni! Sembra evidente a questo punto la *necessità di un reddito di cura* a disposizione delle famiglie e non necessariamente legato a una «terziarizzazione» della cura: non si capisce perché sia ipotizzabile un bonus di 1200 euro erogato dallo stato alle famiglie per una *babysitter*, ma non sia allo stesso modo possibile prevedere un sussidio per una mamma o per un papà che debba prendersi cura di propri familiari, bambini o anziani, e per questo magari è costretta/o a perdere il proprio lavoro.\n\nCome rilevano i dati sopra citati, in una situazione negativa come quella del primo *lockdown* chiaramente la chiusura delle scuole e delle attività del tempo libero per i figli ha inciso ancora di più sugli squilibri di genere caratteristici della nostra società. Le mamme e in particolare le mamme che lavorano hanno visto un aggravarsi dei loro carichi di lavoro e di cura familiari. Durante la pandemia la scuola è stata completamente dimenticata dall'azione del governo, la sua chiusura durante il primo *lockdown* in particolare, ma anche nei mesi successivi, è stato un *diktat* incontestabile. «Spariscono i bambini e i ragazzi, spariscono le madri»: le mamme e i loro figli, come anche le loro insegnanti (al femminile visto che sono per la stragrande maggioranza donne) collegate «in remoto», sono spariti dallo spazio pubblico dimenticati anche dalla gran parte dei mezzi di informazione. Le linee guida del Ministero dell'Istruzione di allora – ma anche quelle più recenti – dimostrano la «sciatteria» (cit.) con cui il governo tratta la scuola ormai da decenni, nonostante la dichiari pilastro della democrazia di questo paese. Con tutte le conseguenze negative che questo atteggiamento può comportare non solo per la vita delle donne ma anche e soprattutto per quella delle nuove generazioni.\n\nInfine, alcuni dati sui servizi per l'infanzia. Tra settore pubblico e privato a livello nazionale è coperto solo il 24,7% del fabbisogno. Nello specifico: al sud il 12,3%, nelle isole il 13,5%, al centro il 32,4%, a nordest il 32,5% e infine a nordovest il 29,2%. Non solo: esiste anche un divario tra realtà urbane specie se di grandi dimensioni, più servite, e provincia abbandonata a se stessa. In particolare, vanno peggio le aree alpine del paese. Ad eccezione però di Trento, Bolzano e Val d'Aosta dove le percentuali di copertura del fabbisogno vanno dal 59% di Aosta al 67,5% di Bolzano, a dimostrazione che su questa faccenda non è questione di conformazione del territorio quanto piuttosto di volontà politica. Non ci si può meravigliare poi se l'indice di natalità in Italia continui a scendere.\n\n## Conclusioni\n\nSi diceva: «ne usciremo migliori». Come una cartina di tornasole la pandemia ha rivelato la centralità delle attività realmente «essenziali», quelle legate cioè alla sfera un tempo definita della riproduzione sociale, cioè quella che investe le relazioni di cura. Essa ha rivelato anche le disfunzioni degenerative del sistema attuale, facendo emergere piuttosto l'esigenza di relazioni mutualistiche che esulino da logiche competitive e predatorie. Vedremo quali meraviglie si appresta a realizzare il nuovo finanziamento europeo, il PNRR. Le speranze di un cambio di rotta sembrano al momento piuttosto deboli. Ci limitiamo a registrare variegate dichiarazioni sul tema del potenziamento degli asili nido volto ad incentivare la natalità. Tuttavia, tale misura non può che dimostrarsi insufficiente. Niente pare previsto per la cura degli anziani, fortemente provati dalla pandemia. In aggiunta, sul tema della cosiddetta conciliazione vita-lavoro, lo strumento dello *smart working* – comunque differenziato nella sua fruizione, come evidenziato sopra – si è dimostrato fortemente inadeguato. Permane invece il divario retributivo con gli altri paesi europei. Nel periodo 1990-2020 i salari medi in Italia sono scesi al di sotto dei livelli del 1990, quando in tutti gli altri paesi europei sono al contrario aumentati (Dati OCSE: Openpolis 2021). La questione di una redistribuzione equa – o almeno più equa – della ricchezza si dimostra ancora una volta essenziale e dovrebbe costituire un punto dirimente dell'azione politica a tutti i livelli. Su quest'ultima faccenda al contrario non sono previsti cambiamenti con l'arrivo delle cospicue risorse europee. Tutto fa pensare dunque che le diseguaglianze, in particolare quelle di genere, permarranno. Con buona pace dei sostenitori delle «magnifiche sorti e progressive» in questo paese.\n\n## Bibliografia\n\nFondazione Studi Consulenti del lavoro, *Mamme e lavoro al tempo dell'emergenza Covid-19*, 9 maggio 2020, reperibile al link [consulentidellavoro.it](https://www.consulentidellavoro.it/files/PDF/2020/AnalisiStatistiche/Focus-mamme-lavoro_conciliazione.pdf) consultato il 31.10.2021.\n\nInternational Labour Organization, *ILO Monitor: COVID-19 and the world of work. Seventh edition Updated estimates and analysis*, 25 January 2021.\n\nISTAT, *Rapporto annuale 2021 – La situazione del paese*, 9 luglio 2021, vedi in particolare il Capitolo 2: *Lo shock da pandemia: impatto demografico e conseguenze sanitarie*, pp. 63-113.\n\nISTAT, *Report Fase 1: Le giornate in casa durante il lockdown, 5 aprile – 21 aprile 2020.* [www.istat.it](https://www.istat.it/it/files/2020/06/Giornate_in_casa_durante_lockdown.pdf)\n\nOpenpolis 2021, *L'andamento dei salari medi nei paesi europei* [www.openpolis.it](https://www.openpolis.it/quanto-guadagnano-in-media-i-cittadini-europei/)\n"}