Conversazione con Paolo Cognetti - «Se uno va stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace»

Sezione: Conversazioni

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Paolo Cognetti (1978) è uno scrittore che da dieci anni ha scelto di vivere in una baita a 1800 m sulle montagne valdostane per gran parte dell’anno, per scendere poi d’inverno a Milano, dove è cresciuto. Ha studiato cinema ed è appassionato di letteratura americana. Ha approfondito gli scritti di diversi autori, ma anche esplorato a sua volta itinerari dai grandi spazi aperti narrati nei libri, facendosi volutamente contaminare da tutto ciò. Uno di questi viaggi, in Alaska, è diventato anche un documentario, Sogni di grande nord (2021). Cognetti intraprende questo viaggio dalle Alpi all’Alaska in compagnia dell’amico illustratore e viaggiatore Nicola Magrin con lo scopo di esplorare, in senso esistenziale pieno, il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Un percorso vissuto sulla scia dei grandi maestri della letteratura americana, alla ricerca di una nuova frontiera. Quando ha vinto il premio Strega nel 2017 con il romanzo Le otto montagne (Einaudi 2016) si è presentato a ritirarlo sfoggiando orgogliosamente una cravatta nera à la lavalliere.

Iniziamo la nostra conversazione proprio dalla tua duplice vita rispetto all’abitare. Cambiare tra estate e inverno il luogo in cui si vive è molto interessante perché ti permette, tra l’altro, di avere anche due diversi e complessi sguardi sulla vita. Diventa ancor di più utile e «sano» se si fa un lavoro in gran parte intellettuale. Tornare in città, dopo lunghi mesi di vita in montagna, è necessario al tuo equilibrio?

Tra le idee anarchiche che mi piacciono molto c’è anche l’esigenza di integrare lavoro manuale e intellettuale. Usare solo la testa e non il corpo crea delle divisioni profonde nella società, nascono così storicamente le classi sociali. Separare la sfera intellettuale da quella manuale in modo rigido non consente uno sviluppo armonico e integrale della personalità.

La montagna è un luogo in cui il corpo torna ad essere importante, si fa una vita scomoda, sono richieste delle abilità manuali, bisogna sapere fare autonomamente tante cose. In città invece c’è una specializzazione molto elevata e per ogni problema da risolvere devi chiamare (e pagare) uno specialista.

In montagna tutti gli amici che ho sono abili, sanno fare tante cose. Questo offre anche il vantaggio di essere meno identificati con il proprio lavoro, proprio per queste molteplici capacità.

In montagna d’estate mi piace stare fuori, all’aria aperta il più possibile e tornare a casa solo la sera rintanandomi nel mio piccolo spazio. Passo le giornate a piantare alberi, lavorare il legno, ho costruito un piccolo stagno sul terreno vicino alla baita.

Inevitabilmente il cambio delle stagioni in montagna si vive molto di più che in città. Spesso chi abita in montagna svolge attività diverse in estate e in inverno e anche questo aiuta ad avere un’identità meno legata al proprio specifico lavoro.

Questa tua scelta di vivere molto tempo dell’anno in montagna può essere definita in qualche modo come una scelta politica? Quali possono essere le differenze nella propria autonomia e libertà tra il vivere in montagna o in città?

Credo che, negli ultimi anni, si sia sviluppato un piccolo movimento in questo senso di persone che, per ragioni diverse, scelgono di lasciare la città. Stando in montagna ho l’occasione di notare questo movimento e conoscere queste storie. Magari sono persone non più giovanissime, con dei figli piccoli, probabilmente con percorsi esistenziali e relazionali non riusciti in città, talvolta con una delusione alle spalle, che scelgono la montagna per trovare una maggiore felicità. Scegliere la felicità è certamente una scelta politica.

Chi decide di stare in alto si espone a una vita più difficile, ma sa che la montagna offre qualcosa che in città non c’è, un senso di libertà, vera o percepita, che in città non c’è. Una libertà legata allo spazio aperto, all’andare dove si vuole e si desidera: in città invece ci si imbatte continuamente in proprietà private e in divieti di ogni sorta. Poi inevitabilmente in montagna c’è anche una rarefazione dell’umanità, quindi c’è anche la libertà di avere più spazio a disposizione. L’incontro con l’altro è molto diverso in montagna rispetto alla città, se non altro perché si vede e si incontra meno gente.

Questi incontri in alta quota sono effettivamente diversi, forse più immediatamente empatici, sicuramente più vicini all’idea di mutualità e di solidarietà, per dirla con Pëtr Kropotkin, caratterizzati da uno spontaneo «mutuo appoggio».

Come dico nel mio libro Le otto montagne, la montagna è accogliente e aperta per quanto riguarda la diversità e i pensieri eccentrici. In montagna ci si saluta sempre, ci si dà una mano. Mi è capitato spesso di essere aiutato e anche chiedere aiuto è normale, cose per niente scontate in città dove in genere non c’è questa rete di appoggio solidale per cui si è costretti a chiamare e pagare uno specialista per risolvere ogni problema.

Potremmo dire che l’aiutare è quasi un obbligo se si vive in una piccola comunità di pochi abitanti. Chi non lo fa, di fatto, viene in qualche modo ignorato da questa rete di mutuo appoggio.

In città c’è una grande varietà umana e puoi trovare chi ti assomiglia, si creano delle specie di tribù urbane fatte di persone che si sentono simili tra loro, ma si tende a non vedere gli altri, quelli che hanno idee diametralmente opposte alle tue.

In montagna invece hai a che fare con le solite poche persone e pertanto bisogna confrontarsi anche con chi ha idee molto diverse da te. Credo che uno dei vantaggi di stare in montagna sia avere l’occasione di fare amicizia con gente che ha un percorso completamente diverso dal tuo, con persone che non scegli per affinità. Questo fatto, l’incontro necessario tra diversità, è certamente una ricchezza.

D’altra parte manca forse una coscienza politica e allora in questo senso ho pensato di costruire un rifugio in montagna che sia anche un presidio culturale. Abbiamo fondato un’associazione culturale che ha organizzato il festival «Il richiamo della foresta» per tre anni, toccando molti temi legati alla cultura di montagna, dal «no TAV» all’attraversamento delle Alpi da parte dei migranti. In montagna più che mai servono utopie che possono durare anche poco, ma che sappiano cambiare e adattarsi, sempre con l’attenzione vigile di non essere troppo invadenti.

La montagna è generalmente associata al benessere, alla natura, allo sport e quasi mai a una connotazione politica.

È vero, di solito la montagna è collegata a un ritorno alla natura, alla solitudine, all’allontanarsi dal brusio, soprattutto delle nuove tecnologie, e alla necessità di rallentare i ritmi. Una solitudine necessaria per stare bene con se stessi e poi stare bene con gli altri. Ma è necessario rifugiarsi in montagna per rallentare e staccarsi da internet? Come facciamo a proporlo alle nuove generazioni?

La malattia delle nuove tecnologie è arrivata anche in montagna, dobbiamo quindi parlare del modello culturale che c’è in ballo più che della distanza dalle tecnologie che può offrire la montagna. Per fare un esempio: nel paese vicino al mio rifugio, con quindici residenti fissi e circondato da boschi e prati, una famiglia con bimbi richiedeva un parco giochi, cosa che fa pensare a una piccola area verde risparmiata dalle costruzioni in città. Ma è comprensibile che anche in montagna ci si uniformi a esigenze urbane. Ora in quasi tutti i posti può arrivare una buona connessione e quindi c’è la stessa probabilità di rischio in montagna e in città di perdersi nei social e sui telefonini. Anche nel mio rifugio, ingrandito recentemente con lavori per ospitare residenze artistiche e letterarie, sono riuscito a stabilire una buona connessione perché l’obiettivo è ospitare gente che ci possa lavorare. Per quanto riguarda il rallentare poi bisogna sfatare il luogo comune secondo cui in montagna questo avvenga spontaneamente; è una visione legata al fatto che in montagna normalmente ci si va in vacanza. Ma se ci si lavora è diverso. La velocità con cui ci muoviamo non è quindi legata a un ambiente, ma alla vita che facciamo in quel posto. Ad esempio Milano per me non è frenetica. Scrivo, esco a camminare con il cane, la sera vedo degli amici per bere una birra. Questa non è frenesia. Quello che sì mi manca in città è la contemplazione della bellezza. La bruttezza estetica è un prodotto umano, mentre la natura anche rovinata è sempre bella.

Ecco questa può essere la grande differenza: vivere in un posto in cui si può ammirare la natura e trarne giovamento. O vivere in un posto brutto, in mezzo a cose che ti danno fastidio.

Spesso nella società di oggi si intende questo «rallentare» come prendersi tempo per sé, per praticare lo yoga, la meditazione, per svolgere attività volte al benessere individuale. Questo aspetto della questione esistenziale può correre il rischio di trasformarsi in un atteggiamento strettamente individuale e impedirci di pensare e lottare per un benessere collettivo e di interrogarci sulla qualità delle nostre relazioni sociali?

Sento come un grosso problema della nostra società la rabbia e la tensione che emergono spesso nei rapporti, l’aggressività che caratterizza molte relazioni sociali. Praticare yoga invece mette molta calma e sono sicuro che questo migliori i rapporti con gli altri, almeno a me succede di essere più disponibile verso gli altri.

E penso anche che sia difficile che due persone che fanno yoga con assiduità perdano le staffe e litighino in maniera violenta. Lo yoga e la meditazione ti abituano a conoscerti e a mantenere la calma. Evocano l’armonia e non il conflitto.

A proposito di relazioni con gli altri, emerge in vari dei tuoi lavori un focus sulle storie di amicizia maschile, un tema forse inusuale…

Si tratta in realtà di un tema molto classico, nel senso che appartiene proprio ai classici, ai grandi racconti di guerra, per esempio. La guerra è una situazione in cui si creano fortissimi legami tra gli uomini, penso per esempio all’Iliade, oppure alla nostra letteratura della Resistenza. Poi questa tipologia di racconto si è persa nella letteratura contemporanea, così come si è persa anche nella società.

Mi sembra che oggi le nostre relazioni – per gli uomini ancora più che per le donne – si siano ridotte alla coppia, alla famiglia, al rapporto padri-figli, e poco altro.

In effetti nella società di oggi c’è la tendenza a considerare la propria identità legata a un lavoro, come dicevamo prima, e a una famiglia, e a lasciare poco margine per le alternative. Lo spazio per le amicizie è generalmente legato alla gioventù e allo svago, come se le chiacchierate con gli amici non fossero la palestra in cui formiamo il nostro carattere e le nostre idee sul mondo. Ne Le otto montagne a un certo punto butti lì un «Leggevamo Bookchin»: nei tuoi libri ho trovato molte citazioni dalla letteratura, ma questo è uno dei pochi riferimenti esplicitamente politici. Quali libri o pensatori anarchici e libertari hanno influenzato la tua coscienza politica?

Grazie ad alcuni incontri milanesi, ho iniziato il mio percorso anarchico attraverso dei «maestri». Tra i primi libri che mi hanno colpito c’è sicuramente TAZ. Zone temporaneamente autonome di Hakim Bey, quasi un manifesto per me, che mi ha aiutato a rivedere e definire le pratiche libertarie contemporanee. Poi apprezzo molto Noam Chomsky per la sua capacità di rendere a tutti fruibili certi concetti. Di Pëtr Kropotkin mi è piaciuto molto Il mutuo appoggio, mi riconosco nella parte ambientalista, mentre mi sembra che il discorso sulla città sia più complesso. Sulla parte relativa ai temi ambientali poi mi ritrovo in Henry David Thoreau de La vita nei boschi così come in altri suoi scritti. Quello che scrive Stefano Mancuso circa il mutuo appoggio nel mondo vegetale è stimolante e affascinante. Sono attratto anche dal buddismo che considero sia un pensiero che si può anche coniugare con l’anarchismo.

Ho letto che dopo il successo e i relativi inviti in giro per il mondo per presentare Le otto montagne ambivi a tornare alla tua tranquillità per continuare a scrivere, che ti chiedevi se valesse la pena aver lavorato tanto per ottenere qualcosa di molto diverso da quello a cui ambivi, una vita tranquilla da scrittore… Un po’ «la delusione della cima», cioè l’aver combattuto tanto per poi arrivare e dirsi: «Ne valeva davvero la pena?». Perché in verità lassù non c’è niente. Sono convinta che il potere corrompe. Immagino anche il successo, perché è un po’ avere il potere…

Il successo può essere pericoloso perché ti rende diverso dagli altri, non sei più uno come tutti e inevitabilmente non c’è più il rapporto uno a uno con la persona che incontri. C’è molto interesse verso di te e questo squilibra il rapporti con gli altri. Inoltre ti senti importante, ti senti più bravo e tutto questo è un oggettivo grave rischio di alimentare il narcisismo e di essere solo tu al centro dei tuoi pensieri. Ci vuole una bella disciplina per riuscire a conviverci in maniera sana. La mia medicina sono gli amici, le persone che conosco da sempre, le persone che ti riportano a chi sei perché ti hanno visto e conosciuto prima. E la cultura. Perché la cultura ti aiuta a mantenere i piedi per terra e a mantenere la tua sana modestia.

E poi forse c’è anche l’idea di provare a utilizzare il successo per fare delle belle cose, provare a far sì che il successo non sia solo un pericolo ma anche un mezzo per realizzare dei progetti. Nel mio caso è stato promuovere il festival «Il richiamo della foresta» e il mio rifugio-casa in montagna.

Inoltre penso anche all’idea che la notorietà mi consenta di parlare a un vasto pubblico e arrivare con le cose che ho da dire a tante persone. Come nel caso del potere, spero che anche il successo si possa usare bene. Ed è questo che mi piacerebbe riuscire a fare.

Affrontiamo adesso il tema del futuro della montagna. Se ne parla molto ma spesso le soluzioni sono esclusivamente legate a un’idea sbagliata di sviluppo. Sicuramente è necessaria una visione più sostenibile. Prendiamo ad esempio il tema del turismo di massa su cui tu hai riflettuto evidenziando soprattutto il suo carattere conformista, invadente, talvolta persino devastante. Ne Le otto montagne dici che in Nepal hai conosciuto una civiltà di montagna da noi purtroppo estinta. Ma qui cosa si può fare? Ha senso l’idea di tornare indietro?

No, indietro non si può tornare. Non si torna più alla vita dei montanari, che avevano un strettissimo legame con il territorio, un’autonomia quasi totale grazie alla loro economia di sussistenza. La montagna ormai è una periferia della città, almeno le Alpi.

Il turismo di massa è una piaga e non si sa come difendersi. Dove hanno costruito e ci sono le infrastrutture non si può fare altro che starne alla larga. Invece possiamo concentrarci sul versante all’ombra o difficile da raggiungere, quello dove non va nessuno, dove non ci sono impianti di risalita e grandi alberghi. Credo abbia senso colonizzare le periferie. Io sono cresciuto alla Bovisa e ho vissuto la periferia come una scuola politica: la periferia è dimenticata e allora ci si può lavorare. Allo stesso modo in montagna ci sono valli depresse e dimenticate senza lo sci o grandi infrastrutture.

Sono stato al Film Festival a Trento e ho visto grandi differenze tra la Valle d’Aosta e il Trentino. Qui ho visto valli più antropizzate e che hanno il proprio riferimento in una città con una grande università, mentre in Val D’Aosta le valli sono più scoscese e non hanno un centro culturale o politico a cui fare riferimento. In questo senso, anche avere solo vicino una città con una grande università, una storia di lotte, e con numerosi festival ed eventi culturali accresce il livello di coscienza politica.

Mi piace la montagna definita ormai come periferia della città, rende l’idea di come ci stiamo allargando su tutto il territorio. E questo essere ancora periferia, essere in qualche modo «dimenticata» permette alla montagna di essere un rifugio per chi fugge dall’omologazione e dalla burocrazia dello Stato.

E d’altra parte siamo anche abituati a intendere la montagna come confine, come ostacolo naturale che separa diversi Stati. Ho letto in un’altra intervista queste tue belle parole: «Dalle nostre cartine politiche siamo abituati a vedere le montagne come frontiere, in realtà, quando ci abiti, ti rendi conto che quello che sta sull’altro versante è uguale a te e che a essere diverso è quello che abita giù in città».

Senza dubbio in montagna c’è una certa fluidità, come ho accennato prima è un luogo accogliente e ci si può caratterizzare come si vuole. Anche storicamente costituisce un rifugio per minoranze da ogni tipo. Inevitabile è il riferimento, ad esempio, alla Resistenza partigiana, quando il dissenso e la lotta si sono rifugiati su un terreno ostico ai grandi eserciti organizzati.

La montagna ha una lunga storia come rifugio e i suoi abitanti sono abituati a sentirsi minoranza. Chi vive in montagna è diffidente verso il potere e verso le imposizioni che arrivano dagli altri.

Qui si vive sulla frontiera tra Italia, Francia e Svizzera, ma non si sente una differenza nazionale; ci si sente più fratelli con quelli al di là del confine perché abbiamo le stesse abitudini legate alle caratteristiche del territorio in cui viviamo. La patria è la montagna, è la valle, non una sovrastruttura creata arbitrariamente dagli Stati.

Anche la letteratura è inevitabilmente legata al territorio. La letteratura italiana, ad esempio, si svolge in gran parte nei paesi e nelle città. Per esplorare gli spazi aperti e la natura invece il mio riferimento è la letteratura americana, da Ernest Hemingway a Jack London, da Raymond Carver al già ricordato Thoreau. Un’eccezione in Italia è la letteratura di Mario Rigoni Stern, che scrive delle Alpi, senza riferimento a una nazione o a un paese in particolare.

È uscito da poco il tuo ultimo libro (La felicità del lupo, Einaudi 2021): un altro spaccato della vita in montagna oggi, con i lavori stagionali, le salite al ghiacciaio, i rifugi e un’altra storia di amicizia… ma anche le tempeste che abbattono gli alberi, che rendono il bosco impraticabile all’uomo e lasciano spazio al ritorno della fauna selvatica. La felicità del lupo*: perché questo titolo?*

Il lupo ci insegna qualcosa sull’idea dello straniero, qualcuno che arriva laddove l’istinto direbbe che è casa tua. Ma forse era casa sua prima che tua, anzi, forse è casa di entrambi e bisogna starci in pace.

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